William Shakespeare, III

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

William Shakespeare, III

La Tempesta

La Tempesta

La Tempesta, composta negli ultimi anni creativi di William Shakespeare, tra il 1609 e il 1610, e sicuramente rappresentata alla corte di Giacomo I Stuart, successore di Elisabetta Tudor, nel 1611, in occasione delle nozze della figlia Elisabetta con l’elettore palatino Federico V, è uno dei drammi più famosi e più perfettamente compiuti del genio di Stratford-on-Avon. Vengono messi in scena i soprusi (“di che lacrime grondi e di che sangue” lo scettro de’ regnatori, secondo il carme di Ugo Foscolo) che il mondo politico, ove imperano malvagità e avarizia, semina in ogni età; il legittimo duca di Milano, Prospero, dedito ad arcani studi di magia, viene tradito dal perfido fratello in combutta con il re di Napoli, fatto prigioniero e abbandonato, con la figlioletta Miranda di tenerissima età, in mezzo al mare. Approda ad un’isola misteriosa, a metà tra utopia e nostalgia, ove, grazie alle male opere della strega Sicorace sua madre, il repellente e patetico mostriciattolo Calibano gode della sua bruta libertà, mentre Ariele, spirito delicato dell’aria, è imprigionato in un tronco d’albero, né altro può fare se non lamentarsi disperatamente giorno e notte. Grazie al suo libro di magia, che Gonzalo, l’onesto cortigiano del re di Napoli, è riuscito a calare nella barchetta prima che fosse lasciata alla deriva, Prospero scioglie l’incantesimo diabolico di Sicorace, libera Ariele, cerca inutilmente di educare Calibano che dopo il tentativo di violare Miranda è trasformato in schiavo del mago e di sua figlia, e con pazienza e preveggenza ordisce l’intreccio di uno dei drammi più belli del teatro di ogni tempo, risultante nella splendida re-instaurazione dell’armonia che era agli inizi. Non si può parlare di vendetta per ciò che Prospero sa ideare, perché il suo obiettivo non è tanto la punizione di coloro che si macchiarono di una grave colpa nei confronti delle leggi umane e sovrumane, quanto il ristabilimento dell’età dell’oro in cui lo spettatore/lettore immagina il ducato di Milano al tempo del giusto e pacifico regno del duca legittimo. Da questo punto di vista, Prospero incarna la tipica condizione dell’anima cristiana, che ha nostalgia della purezza e della innocenza mitiche del Giardino dell’Eden, ed opera e si affatica per poterla finalmente riconquistare nel vago Futuro che nutre, con la promessa della sua perfezione, i sogni che visitano questa nostra Valle delle Lacrime. Anche per questo il Mago shakespeariano fa risuonare le corde più intime delle nostre reazioni emotive: tutti riconosciamo le maliose atmosfere di una beatitudine intravista e sperata, non tocca dalle macchie della cattiveria o della inadeguatezza umane. Per ciascuno di noi essa è l’eco dei primi anni della nostra esperienza, allorché la vita era un esaltante e continuo tempo presente, sicuro nel calore affettivo della famiglia e cullato dall’eterno ripetersi dei giorni e degli eventi. Erano i tempi in cui l’avverbio “sempre” non doveva essere chiosato e inteso a fatica, perché era vissuto nella sua solare verità, nutrimento e lievito di ogni istante. Solo più tardi vi si stenderà sopra l’inquietante ombra della conoscenza della fine di ogni cosa che nasce e si sviluppa nel tempo.

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Prospero è, peraltro, molto di più che una ipostasi, per quanto geniale, dell’anima cristiana: Prospero è un padre premuroso e attento e severamente amoroso per la figlia che dovrà tornare nel mondo; Prospero non dimentica mai di rappresentare, anche, il potere politico umiliato e offeso ma non inesorabilmente sconfitto; Prospero è l’anticipazione dello scienziato prossimo ad apparire nel XVII secolo: come il mago sa tenere sotto il suo controllo la natura, così lo scienziato saprà manipolare gli elementi e intervenire sulle leggi che reggono il mondo; Prospero è, soprattutto, il Mago. Nel Rinascimento europeo la magia fu una disciplina di studi di assoluta importanza, sia nella teoria che nella pratica. Il fervore per questa branca spesso fraintesa della speculazione filosofica rinacque con gli umanisti italiani Pico della Mirandola e Marsilio Ficino, legato all’interesse per la Cabbala nella veste cristiana che sembrò indossare dopo la cacciata degli ebrei dalla penisola iberica: attraverso combinazioni di numeri e simboli e lettere sacri si poteva accedere alla rivelazione, ad una nuova comprensione del mondo in termini di gnosi e di armonia, forse al superamento degli odi e delle guerre di religione. Tornò in auge, emergendo dalle profondità remote del tempo e dello spazio, da una sognata terra di Egitto lontanissima e vaghissima, la mitica figura di Ermete Trismegisto, sapiente oracolare più divino che umano, che pareva parlare il suo linguaggio di verità per tutti i secoli dell’umana avventura. Ficino, che tradusse il Corpus Hermeticum per ordine di Cosimo de Medici, credeva che quel saggio cui si attribuivano i trattati che in realtà furono composti nel secondo/terzo secolo della nostra era in ambienti neo-platonici, fosse contemporaneo di Mosè. Nel 1582 si recò in Inghilterra, assai verosimilmente portatore di un messaggio politico-religioso da parte del re di Francia Enrico III, Giordano Bruno, che ivi conobbe e frequentò i personaggi più autorevoli della corte della regina Elisabetta, come ricorda lui stesso nelle pagine della sua indimenticabile Cena delle ceneri. Giordano Bruno, il Nolano, fu filosofo tra i più brillanti del suo tempo, scrittore importantissimo della letteratura italiana, straordinariamente infelice nella sua parabola esistenziale: il suo entusiasmo per la nuova interpretazione dell’universo, di origine copernicana, e per la tradizione magica (la sua eccezionale memoria lo faceva seguace dell’arte combinatoria di Raimondo Lullo, il teologo e filosofo mistico catalano del XIII secolo) purtroppo finì per appiccare le fiamme del rogo che arse il suo corpo in Campo dei Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, giorno di tristissima infamia tra i tanti della storia. Altre figure di spicco in questa tradizione furono il frate veneziano Francesco Giorgi, che compose il trattato De harmonia mundi e fu consultato da Enrico VIII in merito alla legittimità del suo divorzio da Caterina d’Aragona; Enrico Cornelio Agrippa, autore del De occulta philosophia; l’inglese John Dee, che si dedicò a studi di matematica e di cabbala e si adoperò per la realizzazione dell’utopico destino imperiale di Elisabetta, al fine di contenere e sventare la pretesa asburgico-papale della conquista dell’Europa.

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(Ermete Trismegisto come appare sul pavimento del Duomo di Siena)

Prospero è la riproposizione, da parte di William Shakespeare, di questo tipo di mago dedito alla magia bianca, nel momento in cui le forze della reazione, dopo la morte di Elisabetta e l’evidente crollo dei sogni della sua corte, stringevano la propria morsa sulle terre del Vecchio Continente. Shakespeare, il mago della incantatrice forza della parola poetica, si vestì, giunto quasi al termine della sua carriera, dei panni di Prospero, il saggio che seppe ristabilire l’armonia del mondo temporaneamente deturpata dall’egoismo e dalla malvagità. Questo, ed altri aspetti di fascinoso e coinvolgente richiamo, si trovano nei libri di una grande signora della cultura inglese del ventesimo secolo, Frances A. Yates, storica dell’Istituto Warburg e dell’Università di Londra, che dedicò le sue ricerche al periodo elisabettiano e contribuì a svelare nuovi significati e messaggi inconsueti in tanti drammi di Shakespeare. Al lettore interessato consiglio caldamente La filosofia occulta nell’età elisabettiana (1979), L’illuminismo dei Rosacroce (1972), Gli ultimi drammi di Shakepeare (1975), e soprattutto il suoi capolavoro, Giordano Bruno e la tradizione ermetica (1964).

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Il Corpus Hermeticum nella traduzione latina di Marsilio Ficino

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