Mark Twain

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri
Mark Twain

Mark Twain | Biography & Facts | Britannica
(1835 – 1910)

Il nome di Samuel Langhorne Clemens, nato nella cittadina di Florida, Missouri, il 30 novembre 1835, probabilmente non suggerisce nulla a chi per la prima volta lo senta risuonare: forse l’ipotetico ascoltatore sarà colpito dalla eufonica serie delle consonanti liquide e sibilanti e nasali, vivacizzate dalla scoppiettante effervescenza finale del suono /kl/ che introduce l’ultimo membro della triade, ma nulla più. Fu quello, peraltro, il nome di famiglia di uno dei maggiori narratori dell’America del XIX secolo (e non solo), che con il nome d’arte di Mark Twain, celebrò, ineguagliato, il grande fiume Mississippi. Invero, il nom de plume deriva dalla sua esperienza come pilota su uno degli ormai leggendari battelli a ruote, che solcavano quelle acque trasportando passeggeri e mercanzie. “Mark twain!” (“Segna due fathoms,” – circa quattro metri) era il grido che lo scandagliatore lanciava al pilota, per informarlo che la profondità dell’acqua dov’era l’imbarcazione consentiva ancora una navigazione sicura, e in caso di un battello di grandi dimensioni era meglio allora spostarsi in acque più fonde. Questo servizio era indispensabile, soprattutto in caso di nebbia, frequente e spessa sul Mississippi, e durante le ore della notte: “Se la notte è chiara,” scrisse Mark Twain in Life on the Mississippi, “le ombre si stagliano così cupe che se non conosceste a menadito la forma di una riva, girereste al largo di ogni mucchio di legname, perché ne scambiereste la nera ombra per un solido promontorio. (…) Poi c’è la notte in cui è buio pesto; il fiume ha una forma diversa col buio pesto che in una notte di stelle.”

Mark Twain seppe padroneggiare il grande fiume, conseguendo la patente di pilota, ma soprattutto seppe ricrearlo e renderlo eterno con le sue parole di romanziere. Il potere del linguaggio poetico di conferire immortalità a ciò che canta è stato riconosciuto sin dai tempi degli antichi aèdi greci, e ritorna frequente nei sonetti di William Shakespeare, per ricordare un esempio di non secondaria importanza. Le note che Mark Twain dedica al Mississippi, che inizia il suo corso dal lago Itasca nel Minnesota e sfocia nel Golfo del Messico dopo 3.779 chilometri, e scorre accanto alla fittizia cittadina di St. Petersburgh, dove si svolgono Le avventure di Tom Sawyer (1876), divengono indimenticabili nel capolavoro di Mark Twain, The Adventures of Huckleberry Finn, 1884-1885. L’intreccio del romanzo è riassumibile in poche parole: un ragazzo nella sua prima adolescenza decide di fuggire dalle vessazioni del padre alcolizzato e dalla rispettabilità della vita di St. Petersburgh (basata su Hannibal, ove crebbe lo scrittore), e al momento di iniziare la sua avventura si imbatte in Jim, lo schiavo nero che è scappato dalla casa di Miss Watson, l’educatrice di Huck, perché aveva inteso che la padrona lo voleva vendere. Insieme, a bordo di una zattera, portata dalla corrente in piena fino al loro primo rifugio, un isolotto al centro del Mississippi, appena a sud di St. Petersburgh, i due discendono il maestoso fiume, vivendo un’avventura dopo l’altra, fino alla piantagione dei Phelps, nell’Arkansas, dove il romanzo si conclude tra colpi di scena ben congegnati.

Le avventure di Huckleberry Finn - Wikipedia           See Edward Ardizzone's Lost 'Huck Finn' Illustrations - The Atlantic
Le caratteristiche narrative sono tipiche del racconto picaresco, nel corso del quale il protagonista viene a contatto con figure di ogni tipo, incluse quelle di dubbia, o nulla, rispettabilità: il prototipo è Lazarillo de Tormes, che apparve in Spagna nel 1553, e trovò fortuna in tutta Europa, influenzando Daniel Defoe e Henry Fielding in Inghilterra, e facendo sentire le sue seduzioni fino a Thomas Mann, il cui Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954) è una moderna variazione sul tema. Pressoché tutta la multiforme umanità che vive e prospera e traffica lungo il leggendario fiume fa la sua apparizione nelle pagine del romanzo, dagli zatterieri impegnati nella fluitazione del legname, a chi vive di espedienti, ai veri e propri truffatori come il Re e il Duca, che sono la personificazione del con-man, diabolica e ambigua presenza in terra d’America, che fornì materia a Herman Melville per il suo memorabile romanzo The Confidence-Man, 1857.
La storia è raccontata da Huck Finn, il cui linguaggio, libero da vincoli sintattici e morfologici, è una delle attrattive del libro: il suo mondo è anche il suo peculiare modo di rappresentarlo, nella sua parlata distorta e ingenua, piena di solecismi, che suona viva quanto più non si potrebbe. Altra fonte di piacere è la lingua di Jim, che mima quella degli schiavi privi di qualsiasi istruzione. Quando, in un’occasione traboccante di inquietante sospensione, nel buio di una notte di tempesta, Huck chiede a Jim di approntare la zattera per abbandonare un relitto dove sta per essere compiuto un misfatto, questi, sconvolto e in preda al panico, risponde: “Oh, my lordy, lordy! Raf’? Dey ain’ no raf’ no mo’, she done broke loose en gone! – ‘en here we is!” Impossibile mantenere il sapore di questa esclamazione concitata e comica in un’altra lingua, ma il senso è: “La zattera? Miodio, miodio! Fine della zattera, lei andata e sparita! E noi qui!” Ma Mark Twain sa fare risuonare anche la nota patetica nel paziente Jim, come nel capitolo 23, quando il buon uomo racconta ad Huck di come una volta trattò crudelmente la propria figlioletta, che non ubbidiva al suo ordine di chiudere la porta di casa. Persa la pazienza, dopo più richieste, Jim la colpì, facendola cadere. Più tardi, mentre la bimba era con le spalle alla porta, questa si chiuse rumorosamente spinta dal vento, ma la bimba rimase immobile, con le lacrime che le scorrevano sul volto. “Era sorda e muta, Huck, e io non l’avevo capito,” confessa in lacrime. “He was a mighty good nigger, Jim was,” commenta Huck, commosso.

Here's how to teach Huck Finn. | Huck finn, Huckleberry finn, Adventures of huckleberry finn
Le avventure che si susseguono costringono Huck Finn ad affrontare questioni di non facile soluzione, non solo a livello pratico, quali il governo della zattera e la scelta dei luoghi di sbarco più sicuri, ma anche e soprattutto nel campo morale e della vita sociale. Il romanzo è ambientato negli stati del sud dell’Unione, ancora schiavisti, e il ragazzo, cresciuto tra quelle atmosfere, ad un certo punto deve decidere se denunciare Jim, schiavo in fuga, alle autorità perché lo ritornino ai legittimi padroni, o aiutarlo come ha fatto finora. La sua educazione gli dice che egli dovrebbe comportarsi come la sua società si aspetta che egli si comporti: quasi convinto dalle motivazioni che ripete a se stesso in un serrato monologo interiore, in cui considera le ragioni a favore e contro la possibile denuncia, si appresta infine ad ottemperare al suo dovere civile, e scrive poche righe a Miss Watson per rivelarle dove si trova il fuggitivo. Ma la sua coscienza non lo lascia tranquillo. Si ricorda di tutti i momenti vissuti insieme, dell’affetto che Jim gli ha sempre dimostrato, di quello che lui stesso avverte nei suoi confronti, e, anche se la voce pubblica lo condanna alle pene dell’inferno, d’un subito decide: “All right, then, I’ll go to hell,” e straccia il biglietto.
Come Don Chisciotte porta con sé la Mancia nei suoi vagabondaggi, anche quando se ne allontana, così Huckleberry Finn è l’eroe del Mississippi, e la zattera è il suo Ronzinante. Confessa il giovane narratore: “Altri posti sembrano affollati e soffocanti , ma non una zattera. Ci si sente davvero liberi e a proprio agio su una zattera. (…) E’ bello vivere su una zattera. Avevamo il cielo, lassù, tutto punteggiato di stelle, e stavamo sdraiati a guardarle, e ci chiedevamo se erano  davvero là, o se erano solo un’apparizione; mi sembrava che ci volesse troppo tempo per farle tutte quante.” Huck sa capire la poesia del fiume, ma sa anche sfruttare la sua mente mercuriale, inventando sui due piedi le più inverosimili storie per trarsi ripetutamente d’impaccio. T. S. Eliot, il poeta della Terra desolata, considerò Huchkleberry Finn una delle più affascinanti figure simboliche della narrativa, “degna di prendere il proprio posto accanto ad Ulisse, al dottor Faust, a Don Chisciotte, ad Amleto,ed ad altre scoperte che l’uomo ha fatto investigando la propria condizione.”

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