Jack London

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Jack London

JackLondon

(1876 – 1916)

Il giorno 7 settembre 1876, in San Francisco, una donna ormai indurita dalle prove della vita, madre di un bimbo di otto mesi il cui presunto padre, il professor William H. Chaney, membro della Associazione degli astrologi, l’aveva abbandonata, sposava secondo le leggi dello stato della California John London, uomo serio ed affabile, a capo di una impresa appaltatrice. Il bimbo aveva finalmente un nome. Fino a che compì 14 anni fu conosciuto in pubblico come come John London, Johnny in casa propria: in seguito si fece chiamare Jack London. Un tale inizio era forse profetico di un destino avventuroso ed itinerante: ancora adolescente, Jack abbandonò la scuola per dedicarsi, con la propria barca, all’esplorazione e al furto di ostriche nella baia di San Francisco; si imbarcò poi come marinaio per il Giappone; attraversò gli Stati Uniti da costa a costa, usando i treni merci come i vagabondi (i leggendari hobos della tradizione americana celebrata anche da Woody Guthrie nelle sue canzoni) e come membro dell’armata di Kelly, una associazione popolare di protesta formata da migliaia di disoccupati in seguito alla crisi economica del 1893. Conobbe la povertà, la prigione sotto l’accusa di vagabondaggio; si fece insaziabile autodidatta per potere iscriversi all’Università di California, ma la abbandonò in occasione della corsa all’oro nel Klondike del 1897. Decise di diventare scrittore, seguendo una disciplina di lavoro ferrea che gli permise di superare lo sconforto di uno sterminato numero di rifiuti editoriali, fino a divenire l’autore più famoso, più tradotto, più ricco d’America. Tra i suoi capolavori, oltre a tanti racconti, è indimenticabile The Call of the Wild (Il richiamo della foresta, 1903), la storia dello straordinario cane Buck, incrocio di un San Bernardo e di un pastore tedesco, che superando prove sempre più dure, diviene infine lupo, come lo furono i suoi antenati, nelle fascinose e spietate terre del Nord Ovest. E’ una storia che tocca i toni dell’epica, e la sua novità è che è raccontata dal punto di vista dell’animale: è lui il protagonista, il lettore partecipa delle sue comprensioni e incomprensioni, della sua affettività e della sua ferocia. Tratto caratteristico della scrittura di Jack London è la sorgiva ricchezza di energia che nutre come linfa le sue pagine, che comunica l’ardore e l’amore per tutto ciò che cresce e che cerca la luce, pur non nascondendo il fondo tragico e crudele che è l’inevitabile sostrato di tutto ciò che è bello e vivo e struggente.

call of the wild

Il 21 luglio 1902, l’American Press Association chiese a Jack London, autore allora già affermato grazie al successo del suo libro di racconti The Son of the Wolf, di recarsi in Sud Africa per una serie di articoli sulla fine della guerra anglo-boera. In seguito a contrattempi l’incarico fu revocato. Giunto a New York, Jack London ebbe un’idea: sarebbe andato a Londra per esplorare l’East End, l’inferno di povertà e squallore della metropoli. Il suo editore acconsentì. L’autore avrebbe vissuto per alcune settimane, rivestito di stracci, mescolato a quello che avrebbe battezzato, nel suo nuovo libro, Il popolo dell’abisso (The People of the Abyss, 1903). Jack London avrebbe descritto e denunciato la miseria e l’ingiustizia su cui era fiorito e si manteneva l’impero britannico.

Circa mezzo milione di uomini donne e bambini vivevano allora nell’East End, in alloggi senza servizi, ammassati in locali angusti tra esalazioni mefitiche, con redditi al di sotto della soglia della povertà, impossibilitati ad uscirne dopo essere caduti in quella voragine, spesso senza colpa alcuna. Verso la fine di agosto l’autore scrisse ad un amico, per dare un’idea della sua esperienza: “all’aperto tutta la notte con i senza-tetto, per le strade sotto la pioggia, bagnato fradicio, quasi disperando che l’alba mai sorgesse. Passato la domenica con i senza-tetto a lottare per un poco di cibo. Sono tornato alle mie stanze la domenica sera, dopo trentasei ore di tribolazione e senza avere dormito.” Il nuovo libro di Jack London, ideato scritto battuto a macchina corredato di foto scattate dall’autore, fu consegnato all’editore in meno di tre mesi (il che dà un’idea dei formidabili ritmi di lavoro che l’autore era in grado di reggere). Oltre ad essere un resoconto sociologico accurato ed onesto, ricco di statistiche probanti, il libro è nutrito della passione che non cede al sentimentalismo, e si impegna a trovare le ragioni perché un tale cancro sia cresciuto nel corpo della capitale dell’impero più potente del mondo. Jack London visitò, e conobbe dall’interno, i luoghi più malfamati di Londra, gli ospizi di mendicità già resi celebri dal romanzo Oliver Twist di Charles Dickens (le workhouses di trista memoria), le cupe sale dell’Esercito della Salvezza, dove una colazione costava ore di impietoso indottrinamento, le fabbriche in cui le lavoranti contavano meno delle macchine; parlò e visse con i più derelitti dei miserabili e ne raccontò le storie, visitò le biblioteche e lesse e annotò centinaia di testi.

jack london

(Jack London ritratto nei panni che vestiva durante il soggiorno nell’East End)

Nell’ultimo capitolo dell’opera, intitolato Mismanagement (“Cattiva amministrazione”), Jack London formula una domanda essenziale, La civiltà ha migliorato la condizione dell’uomo? Per rispondere considera quindi le condizioni di vita degli indiani Innuit, che conobbe allorché visse lungo il fiume Yukon, tra la Colombia britannica e l’Alaska. Vivevano allora in uno stato primitivo, tra carestie e relativa abbondanza a seconda del variare delle stagioni, sempre imprevedibile, ma conoscevano la salute e la forza e la felicità. Nel Regno Unito il popolo dell’abisso, figlio della civiltà, soffriva per mancanza di nutrimento, di alloggio, di calore. Il progresso aveva accresciuto la capacità produttiva degli uomini, ma li aveva precipitati nello squallore più nero:

Non ci si inganni. La civiltà ha migliorato la capacità produttiva dell’uomo esponenzialmente, ma a causa della Cattiva Amministrazione gli uomini della civiltà vivono peggio delle bestie, hanno meno da mangiare e da vestire e da proteggersi dagli elementi rispetto al selvaggio Innuit, che vive oggi in un clima rigido come viveva all’età della pietra 10.000 anni fa.

Tra gli appunti che Jack London lasciò nella biblioteca Huntington, dove era solito studiare, è il seguente che bene esprime sia la compassione dell’autore per il popolo dell’abisso, sia il suo interno furore contro una condizione di infamia e di ingiustizia che si perpetuava nell’indifferenza delle classi agiate, e che di fatto toglieva a tutti quegli sventurati ogni possibilità di cambiamento e di redenzione:

Se fossi Dio per un’ora, cancellerei Londra e i suoi 6 milioni di abitanti, come furono cancellate Sodoma e Gomorra, e guarderei poi la mia opera, e la chiamerei buona.

wolf house

(Le rovine di Wolf House, la casa dei sogni che Jack London progettò e fece costruire nella sua vasta proprietà nella Sonoma Valley, California, e che bruciò pochi giorni prima dell’inaugurazione)

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