Arthur Rimbaud

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri
Arthur Rimbaud

Rimbaud
(1854 – 1891)

 Al nome di Arthur Rimbaud la mente automaticamente corre al concetto di precocità, di forza, di esuberanza. “Abbiamo avuto la gioia di conoscere Arthur Rimbaud,” scrisse Paul Verlaine introducendo il saggio che presentava il giovane poeta, che gli sconvolse la vita, al pubblico nel suo celebre volumetto dal titolo, I poeti maledetti. Ne ricordava anche velocemente i tratti caratteristici: “Era grande, ben fatto, atletico, con il viso perfettamente ovale di angelo in esilio, i capelli castano chiaro in disordine e gli occhi di un azzurro inquietante.”
Ora, ogni autore è un caso a sé, in quanto è il frutto di una sensibilità unica e irripetibile unita ad un linguaggio (di segni di colori di suoni) che nessun altro può usare in sua vece. Quanto alla precocità, credo che occorra essere molto chiari al riguardo. Ogni artista è precoce nel suo modo personalissimo: al momento che la forza creativa gli spira dentro, compone e dà alla luce la sua esperienza del mondo. E’ del tutto irrilevante che ciò capiti a quindici anni o ad ottanta: ad ogni età il miracolo della bellezza opera con le stesse leggi. Il che toglie forse una certa aura di riverenza stupita di fronte al genio imberbe, ma a Rimbaud non importerà proprio nulla, così come credo che non importasse all’altro giovane straordinario, Wolfgang Amadeus Mozart, che sconvolse il mondo musicale con il suo straripante genio adolescenziale . Credo che entrambi sapessero bene che l’arte, come le piramidi, se la ride del tempo.
Dalle prime poesie adolescenziali al colore delle vocali, al battello ebbro, alla stagione all’inferno, alle illuminazioni, la forza creativa di Rimbaud, nato nella cittadina di Charleville, nelle Ardenne, nel 1854 e morto a Marsiglia nel 1891, al termine di una vita breve e intensissima bruciata in vagabondaggi stupefacenti, si consuma in quattro-cinque anni, grosso modo dai suoi quindici ai suoi diciannove anni. La luce che ne sprigiona è il risultato di questa compressione violenta, come quando una stella aumenta vertiginosamente la propria luminosità condensandosi in un grumo sempre più compatto. Allora le vocali acquistano colori e sono il frutto di arcane nascite; i battelli conoscono l’ebbrezza e il pianto che fanno desiderare la fine dei tormenti e dei viaggi, perché ogni luna è ormai atroce e ogni sole amaro:

Si je désire une eau d’Europe, c’est la flache

Noire et froide où vers le crépuscule embaumé

Un enfant accroupi plein de tristesses, lâche

Un bareau frêle comme un papillon de mai.

Se desidero un’acqua d’Europa, è la pozzanghera
Nera e fredda ove, nel crepuscolo fragrante,
Un bambino accovacciato e colmo di tristezze, rilascia
Un battello fragile come una farfalla di maggio.    (da Il Battello Ebbro)

La straordinaria energia verbale che sostiene l’opera di Rimbaud gira intorno ad una scoperta fondamentale espressa in una lettera del maggio 1871 (sedici anni e mezzo) a Paul Demeny: “JE est un autre / IO è un altro.” Si sente una inaudita forza giovanile in quel pronome tutto maiuscolo; e nella terza persona singolare del verbo essere è la perentorietà che più non vacilla di chi ha trovato la strada e la formula nel labirinto della vita. Così, peraltro, egli stesso si espresse in un testo delle Illuminazioni, intitolato Vagabondi: “ed erravamo, nutriti del vino delle caverne e del biscotto del viandante, io ansioso di trovare il luogo e la formula.”

Dopo un’intuizione così eccezionale più non ci si cura di domandare altrui. Nella lapidaria, sapienziale frase, “IO è un altro”,  è contenuta la certezza rivoluzionaria che l’io non è ciò che la famiglia e la società si aspettano che sia; esso non è la progressiva conformazione a modelli di comportamenti esterni; non è nulla che abbia a che vedere con la passività e la rassegnazione. L’io è la coraggiosa, personale esplorazione del mondo e dei modi di percepirlo; è il rifiuto del già detto e del già visto; è la scoperta che la sfera della coscienza travalica i limiti fisici del corpo; è l’accettazione della verità letterale di ciò che Charles Baudelaire aveva espresso in una poesia famosa: che la natura è un tempio di corrispondenze arcane, il cui linguaggio noi possiamo intendere solo se affiniamo con cura l’orecchio, se ci liberiamo dei modelli convenzionali.
“IO è un altro” segue la via indicata da tempo immemorabile dalle parole che introducevano al tempio di Apollo a Delfi, “Conosci te stesso,” che già Eraclito di Efeso aveva eletto a insegna del vero sapiente. Ogni impegno artistico è insieme impegno etico, poiché richiede attenzione concentrata, fede, onestà e continuità di intenti. Sboccerà nelle Poesie, negli Ultimi versi, in Una stagione all’inferno, nei Deliri, nelle Illuminazioni.
Con quest’ultima raccolta di poemi in prosa si conclude l’esperienza poetica di Rimbaud, che da tempo correva sulle sue “suole di vento” per l’Europa, ansante, prigioniero come un giaguaro in gabbia nei confini troppo stretti del vecchio continente, lo sguardo già volto verso l’Africa, dove si consumò la sua esperienza terrena. Il titolo – Illuminazioni – è significativo. Se da un lato suggerisce visioni quasi ineffabili, all’insegna di un misticismo eretico e musicale, dall’altro accenna al modo più esuberante in cui un giovane irrequieto possa dire addio al tempo e ai sogni di un’epoca irripetibile: Rimbaud si congeda dal mondo della letteratura in una esplosione abbagliante di luci e di suoni, in una fantasmagoria di lirici fuochi d’artificio da lui stesso orchestrata, tale che molti di noi sospenderanno per un momento la propria attività per contemplare la magia di figure e pensieri sulla pagina, sfolgoranti come le traiettorie dei razzi e degli scoppi multicolori nel cielo buio, quando con il capo volto in su e gli occhi e le bocche aperti altro non si sa esprimere che la propria meraviglia. Fu il poeta americano Kenneth Rexroth, in un saggio del 1957, ad avanzare l’ipotesi semiseria di un nuovo significato da attribuire al titolo dell’ultima opera di Rimbaud. Dopo avere osservato che il termine francese poteva richiamare sia i libri miniati medievali che le intuizioni mistiche, così suggeriva: “Nessuno ha mai considerato che il primo significato che si può presentare ad un adolescente in rivolta potrebbe essere ‘fuochi d’artificio’. Così voglio intenderlo io.” Arricchisce la sua opera pensare che Arthur Rimbaud l’abbia forse tenuto presente nel diciottesimo o diciannovesimo anno di sua vita: proviamo ad intenderlo anche noi in tal modo.

verlaine_rimbaud le bateau

Verlaine e Rimbaud, di Fantin-Latour      L’inizio di Le bateau ivre

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