William Blake

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

  William Blake

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(1757 – 1827)

Giuseppe Ungaretti spese più di sette lustri – scrisse introducendo il suo lavoro al pubblico italiano – per rendere nella nostra lingua le cadenze e le visioni di William Blake, il poeta inglese che sapeva intonare filastrocche facili e leggiadre e insieme comporre libri profetici intorno a potenti figure dai nomi oscuri, emanazioni della sua personale cosmogonia. I versi e le prose venivano incisi su lastre di rame secondo la tecnica della scrittura a specchio, ornate di illustrazioni che li accompagnavano, e successivamente stampate seguendo un metodo tuttora parzialmente misterioso: ad ogni pagina era poi aggiunto il colore a mano. Non esistono perciò riproduzioni in serie dei libri di William Blake, ma realizzazioni diverse, nelle quali volta a volta il disegno è più o meno marcato, il colore più o meno vivace, le sfumature più o meno livide. Il risultato è sempre sorprendente. Chi si recava a Londra fino a pochi anni fa, poteva avere un’idea dell’ispirazione pittorica di William Blake, visitando la sala che la Tate Gallery, affacciata sul Tamigi dedicava in modo permanente alla prima personalità del romanticismo inglese. Un giorno vi trovai, in un taccuino in esposizione, i ritratti dei grandi uomini del passato che il poeta schizzava sulla carta dopo che un amico dalle virtù medianiche li aveva evocati, nel corso di sorprendenti sedute notturne.  Fu un’esperienza che non so dimenticare.

Se ogni artista crea un mondo particolare che si arricchisce gradualmente nei suoi contenuti quanto più la nostra frequentazione diviene assidua e cordiale, tanto più ciò vale per Blake. Così, del resto, funziona l’apparente paradosso della comunicazione artistica: per naturale impulso il poeta è spinto ad usare il migliore ed il più chiaro mezzo a sua disposizione per portare all’esterno ciò che dentro gli urge: è sofferto travaglio per trovare il gesto adatto o la parola o il colore o il suono in cui parli la verità intuita e contemplata. Pure, l’opera può restare muta, perché quando essa è compiuta, solo una parte del compito è completata. Il secondo momento ha per protagonisti l’opera, ormai sola, e chi la interroga: attraverso disciplina affine a quella conosciuta dall’artista nel momento del fare, il fruitore si adopera per conformare la propria sensibilità intellettiva alla multiforme ricchezza dell’oggetto d’arte e gradualmente, se avrà fortuna, ne scoprirà l’intima bellezza. Se ciò non accade la straordinaria purezza del messaggio estetico è ostacolo alla conoscenza, come luce troppo viva che non aiuta la visione ma acceca.

Blake richiede questo processo, non solo per orientarsi nella selva oscura ed aspra e forte dei simboli e delle personificazioni che popolano le sue pagine, ma anche per intendere la portata essenziale di una poesia davvero unica, come si può intuire dai versi iniziali della composizione Auguries of Innocence più tardi incisi su una lastra che commemora il poeta nella cripta della cattedrale di St. Paul a Londra:

To see a World in a grain of sand                      Vedere un Mondo in un grano di sabbia

 And a Heaven in a wild flower                          E il Paradiso in un fiore di campo

 Hold Infinity in the palm of your hand            Tenere l’Infinito nel palmo della mano

 And Eternity in an hour                                      E  l’Eternità in un’ora

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(W. Blake, L’Antico di giorni)    (W. Blake, Newton)

Songs of Innocence and Songs of Experience (Canti dell’innocenza e canti dell’esperienza)  e The Marriage of Heaven and Hell (Il matrimonio del Cielo e dell’Inferno) sono tra le opere fondamentali  della produzione di Blake. Nei ritmi semplici e cantabili della prima raccolta sono trattati i temi del bene e del male, così come appaiono ai bimbi, dapprima, e poi all’uomo. Le certezze ingenue e aggraziate dell’innocenza divengono domande assillanti che non conoscono soluzione nel mondo dell’esperienza, ritmi che come il sangue battono nelle vene e alle tempie, echi dei colpi della fucina primordiale quando il mondo veniva plasmato dalle poderose braccia di un misterioso Demiurgo. Vengono cantate le sofferenze individuali, le ingiustizie sociali, come nel monologo di Amleto e nei romanzi di Dostoevskij. La sola risposta è la continua interrogazione:

Tyger Tyger, burning bright,                         Tigre, tigre, di fiamme avvolta,

 In the forests of the night;                               Nelle  foreste della notte;

What immortal hand or eye,                           Quale mano, quale occhio immortale,

Could frame thy fearful symmetry?               Seppe formare la tua paurosa simmetria?

Nel Matrimonio si dispiega la voce dell’eretico più visionario e più dotato di afflato poetico di cui si abbia notizia nei tempi moderni: il dio della tradizione è un tiranno, il diavolo invece è principio di energia. Nelle aule dell’inferno il poeta che vi passeggia raccoglie proverbi di lapidaria sapienza: “La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza”, “Dà ascolto ai rimproveri del matto: è privilegio da re”, “Esuberanza è bellezza”, “La vergogna è il mantello dell’orgoglio”. In una delle Memorabili Apparizioni che ritmano l’opera il poeta cena con i profeti Isaia ed Ezechiele, discorrendo della natura delle visioni:

I Profeti Isaia ed Ezechiele desinavano con me, ed io chiesi loro come osavano con tanta sicumera affermare che dio aveva loro parlato; e in pari tempo, se non si rendevano conto che si esponevano all’incomprensione, fornendo così pretesto all’impostura.

Isaia rispose:” Io non ho visto ne udito alcun dio,  nel senso d’una percezione finita dei miei organi; ma i miei sensi in ogni cosa scoprivano l’infinito, e allora, quando ebbi certezza, e l’ho tuttora, che la voce della giusta indignazione è la voce stessa di dio, non mi curai delle conseguenze e scrissi.”

            Allora chiesi: “Può la ferma convinzione che così sia una cosa renderla tale?”

Replicò:” Tutti i poeti lo credono, e nelle epoche d’immaginazione tale fede smosse le montagne; ma sono molti quelli incapaci d’essere convinti di una cosa, qualunque sia.”  (traduzione italiana di Giuseppe Ungaretti)

Se nei suoi vagabondaggi attraverso le sale corrusche dell’inferno, Blake poteva appoggiarsi alle visoni di John Milton e di Dante Alighieri, una forza nuova si fa intendere in quelle pagine. Non si tratta più di anelito epico, architettura potente che erige costruzioni di immensa compiutezza come la Divina Commedia. Nel Matrimonio la visione erompe dal centro tutto umano che canta la libertà, il poeta non indica una strada di ascesi ma la discesa nel profondo dell’anima, come più tardi fece il poeta francese Charles Baudelaire quando terminò la sua poesia Le Voyage (Il Viaggio) con questo versoAu fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau! / Al fondo dell’Ignoto per trovare il nuovo.”

Per comprendere Blake è sufficiente compiere un salto, non di fede ma di sensibilità.

jacob's ladder

Blake, La scala di Giacobbe

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