I luoghi: S. Zeno

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

I luoghi: S. Zeno

s. zeno

(X -XI secolo)

Al fondo della vasta piazza silenziosa, a chiuderne il lato orientale volto verso l’Adige, che in breve percorso forma le due strette anse tra il Ponte Scaligero e il Teatro Romano, è la basilica di S. Zeno Maggiore, gioiello senza pari dell’architettura romanica di Verona, e tra i più preziosi dell’Italia tutta. Sorse originariamente nel corso del secolo quinto dell’era moderna, sulla tomba del primo vescovo della città, ma in seguito a peripezie di diversa gravità, tra le quali si ricorda il violento terremoto del 1117, fu più volte ricostruita e ingrandita fino a raggiungere l’attuale aspetto per merito degli architetti Giovanni e Nicolò da Ferrara, che operarono nel corso del XIV secolo.

La facciata, che gradevolmente culla l’occhio con la sua dolce tinta avorio, presenta un grande rosone decorato di statue che raffigurano le alterne vicende della condizione umana, oscure e liete, e un protiro a firma del maestro Niccolò (XI secolo) sorretto alla base da due leoni che simbolicamente non permettono alle anime non purificate di entrare nel luogo sacro: lo stesso motivo è all’ingresso della basilica di Santa Maria Maggiore, nella città alta di Bergamo. Attirano l’attenzione gli altorilievi ai lati del protiro, che raccontano storie dell’Antico e del Nuovo Testamento. Di plastica evidenza è la nascita di Eva dal costato di Adamo addormentato, chiamata alla luce dalla severa figura di Dio ritta sulla sinistra. Il linguaggio è scarno, essenziale e preciso: era ammirato dal poeta americano Ezra Pound, che vedeva splendere, nelle realizzazioni dell’arte romanica, la purezza del mezzo espressivo, prima che Usura, il mostro contro natura, rovinasse i rapporti tra gli uomini.

CreazioneEva

I riquadri in basso si riferiscono alla leggenda che nacque intorno alla persona del grande re goto Teodorico, e possono fare nascere un poco di perplessità al primo impatto. Si narrava che il vecchio re, allora di stanza a Verona nel castello che fece costruire sul colle di San Pietro, venne un giorno informato dell’apparizione di un cervo straordinario, con gli zoccoli di ferro e le corna d’oro, e sentì rinascere in sé lo spirito del cacciatore. Montò un cavallo nero e si diede all’inseguimento, ma il destriero era, in realtà, il diavolo: galoppò quasi in volò per tutta la penisola finché, giunto a Lipari, Contro il ciel forte springò / Annitrendo; e il cavaliero / Nel cratere inabissò. La leggenda auspicava il castigo divino per il re, colpevole dell’ingiusta e crudele condanna a morte del calunniato senatore e filosofo romano Severino Boezio, l’autore del libro che più influenzò il mondo cristiano medioevale, La consolazione della filosofia. Il fosco racconto fu messo in versi da Giosue Carducci, nel volume Rime nuove pubblicato nel 1887: di quando in quando mi tornano alla mente i fascinosi ottonari, che il mio maestro mi fece mandare a memoria:

Su ‘l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Dalla Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l’aprico

Verde il grande Adige va;

ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

Le preziose formelle bronzee del portale della chiesa sono state spostate all’interno per maggiore protezione. Il quale interno è su tre livelli: la cripta in basso, con le reliquie di S. Zeno, la chiesa a tre navate, il presbiterio a cui si accede da due scalinate poste ai lati.

Chi entra, subito intende di sperimentare due sensazioni apparentemente in contrasto tra di loro: il raccoglimento introspettivo evocato dalla luce che scorre morbida su colonne e pilastri e sussurra di luogo protetto dalla confusione del mondo, e il senso dello spazio aperto, suggerito dalla fuga degli archi e dall’altissimo soffitto a carena. Si assapora la leggerezza dello spirito, piuttosto che la sofferta ascesi che ogive e spire gotiche spesso ispirano.

 Salendo al presbiterio, si viene accolti da uno dei capolavori di Andrea Mantegna, la grande pala divisa in tre scomparti da una massiccia cornice lignea dorata, forse disegnata dallo stesso artista. Vi è rappresentata una sacra conversazione: la Vergine con il Bambino è seduta su un trono, tra San Pietro, San Paolo, San Giovanni Evangelista, San Zeno, San Benedetto, San Lorenzo, San Gregorio Magno, San Giovanni Battista. Le colonne della cornice sono continuate sulla tavola dai pilastri dipinti e ornati di tondi monocromi, che reggono un frontone fregiato. Attentissimo alle risorse della prospettiva, Mantegna ha suggerito la profondità anche grazie al pavimento a scacchiera e al soffitto a cassettoni. Il pittore fece aprire una ulteriore finestra nella chiesa per avere la corretta sorgente di luce per la sua opera.

Trittico_di_San_Zeno

Peccato che oggi non sia possibile, per discutibili motivi di sicurezza, avvicinarsi al trittico, posto dietro l’altare. Accorciando la distanza tra spettatore e tavola, si scoprirebbero e godrebbero maggiori particolari, come, per esempio, l’intensità e la luce dello sguardo di San Pietro, la prima figura a sinistra che è volta verso chi osserva la sacra rappresentazione. Pare promettere un più vivo, significativo contatto con noi che cerchiamo di intendere rapporti e formule, forse potrebbe addirittura accennare a qualche forma di aiuto. Si lascia il presbiterio a malincuore, chiedendosi quasi involontariamente cosa penserebbe il maestro Andrea Mantegna, se ancora intrattenesse riflessioni di tale natura, della curiosa sistemazione della sua opera.

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