I luoghi: Canne della Battaglia

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

I luoghi: Canne della Battaglia

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(2 agosto 216 a.C.)

Percorrendo le strade che solcano il Tavoliere della Puglia e che permettono di raggiungere e contemplare siti dal fascino straordinario come Castel del Monte, la esoterica dimora turrita voluta dal grande re Federico II di Svevia, Stupor Mundi, nel XIII secolo, si può decidere di seguire un itinerario appartato che si snoda tra i campi di olivi e sparse abitazioni e giunge infine alle rovine dell’antica cittadina di Canne. Sulla modesta altura su cui sorgeva il nucleo abitativo, ineguali resti di muri in pietra parlano di case ove si svolsero vite di uomini e donne che videro e subirono e, come noi, probabilmente non compresero il meccanismo della Storia; i viottoli tra le macerie furono teatro vivace dei traffici che ogni civiltà produce; cippi e resti di colonne recano sbiadite scritte latine che parlano di personaggi, di fatti, di lutti ormai inghiottiti dall’oblio.

Da quelle che furono le mura del borgo, lo sguardo spazia sulla pianura che si allarga da ogni lato ai piedi della collina: una fila verdeggiante di alberi segnala e nasconde là in fondo il corso del fiume Ofanto. La campagna suggerisce atmosfere di pacifiche industriose occupazioni.

In quella pianura in cui gli occhi vagano senza quasi curarsi di mettere a fuoco questo o quel particolare, si svolse una delle battaglie più celebri e più cruente della storia: in una giornata molto calda, ai limiti della sopportazione a causa del vento Volturno che spingeva turbini di polvere in faccia alle schiere romane, il console Terenzio Varrone, senza consultare il collega Lucio Emilio, decise di affrontare il generale cartaginese Annibale. Come è noto, Annibale aveva già ripetutamente sconfitto i romani alla Trebbia, al Ticino, al lago Trasimeno, essendo sceso nella penisola italica dopo avere epicamente attraversato le Alpi con tutto il suo esercito. La tattica dilatoria di Quinto Fabio Massimo, il Temporeggiatore, aveva concesso un poco di tregua all’Urbe, ma gli animi erano irrequieti ed esacerbati.

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(Il generale Annibale Barca)

I due consoli erano spesso in disaccordo, Emilio era più prudente, Varrone scalpitava. Il comando supremo toccava, a giorni alterni, ora all’uno ora all’altro console, e le decisioni erano inappellabili. Quando Varrone diede il segnale della battaglia Emilio, pur riluttante, lo seguì. Le forze romane contavano 55.000 legionari, più i veliti e 6.000 cavalieri. I cartaginesi rispondevano con circa 29.000 fanti, i veliti e una cavalleria altamente addestrata di 10.000 unità. Il piano di Varrone era semplice e tradizionale: sfondare il centro dello schieramento nemico e mettere in rotta l’avversario. Ma lo spazio di manovra era scarso e congestionato: Annibale lasciò avanzare le legioni fin dentro le proprie schiere, poi contrattaccò ai lati sia con i cavalieri che con le truppe di riserva, nella prima e più famosa manovra “a tenaglia” della storia. I romani si trovarono intrappolati e impossibilitati a sfruttare la propria superiorità numerica.

Il console Emilio combattè eroicamente, pur avendo ricevuto una grave ferita di giavellotto al primo scontro, e cadde infine sul campo. Varrone si salvò ritirandosi verso Venosa con 50 cavalieri. Per i romani fu una catastrofe: più di 45.000 legionari furono massacrati in quella giornata insieme con 2.700 cavalieri. Migliaia furono i prigionieri. I soldati africani, racconta Tito Livio, si sentirono infine più stanchi per la strage che per la battaglia. Tra i mezzi strategici usati dai cartaginesi fu anche la frode: 500 cavalieri della Numidia finsero, all’inizio delle ostilità, di arrendersi ai romani, gettarono le armi e furono acquartierati come disertori alle spalle dei legionari: quando la battaglia infuriò, snudarono le spade che avevano nascosto sotto le corazze, raccolsero gli scudi dei morti e sorpresero i romani da tergo. La mattina dopo molti cadaveri di soldati romani presentavano polpacci tagliati e femori spezzati.

Annibale trionfò e fu festeggiato, ma non diede ascolto al suo generale Maàrbale che lo consigliava di marciare subito su Roma per annientarne definitivamente il potere: temeva forse di macchiarsi della colpa della tracotanza, che spinge a fare cose non permesse all’uomo. Nelle parole di Tito Livio, questo, però, fu il commento di Maàrbale: “Non omnia nimirum eidem di dedere. Vincere scis, Hannibal; victoria uti nescis.” (“Per certo gli dei non diedero tutti i doni alla stessa persona. Sai vincere, Annibale; ma non sai approfittare della vittoria.”)

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(I momenti fondamentali della battaglia)

Dall’alto del colle di Canne, nella leggera calda brezza che appena smuove i fili d’erba tra i sassi, è possibile ricreare, nell’occhio della mente, momenti e vicende di quella lontana giornata di vento e di sole e di sangue; si possono immaginare i gesti e i dubbi e le subitanee decisioni di Varrone e di Emilio; si avverte la forza schiacciante della superiore sagacia strategica di Annibale; si può persino evocare, investiti da un’innegabile onda di pietà umana, la disperata condizione di uno dei tanti legionari senza nome, sperduto nella mischia e nel caldo, incapace infine di comprendere le mosse del nemico che urlava e faceva strage dovunque; si prova a dare plastica evidenza alla scena del tremendo tracollo romano, echeggiata nella confusione di una mente; ci si ritrova a cercare di intendere, con meraviglia, cosa pensò e cosa provò, e in quale lingua, questo nostro legionario, sentendosi ormai così vicino alla sua morte ineluttabile. E insieme alle parole di Tito Livio echeggiano in noi i versi finali della famosa poesia del poeta vittoriano inglese Matthew Arnold, Dover Beach, che ci sembrano dipingere così definitivamente l’arcana e insieme patetica condizione umana:

And we are here as on a darkling plain

Swept with confused alarms of struggle and flight,

Where ignorant armies clash by night.

Stiamo come su landa che si oscura

Battuta da urli di lotta e di fuga,

Ove armate cieche cozzan nel buio.

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(Canne della Battaglia, le rovine)

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