Gioacchino Rossini

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Gioacchino Rossini

rossini

(1792 – 1868)

Nel febbraio del 1816 Gioacchino Rossini compose a Roma Il barbiere di Siviglia, libretto di Cesare Sterbini: gli occorsero, secondo quanto egli stesso confidò, tredici giorni. Gaetano Donizetti, al quale la notizia fu riportata come fonte di meraviglia e causa di invidia, commentò: “Certo, certo. Rossini è sempre stato pigro.” Nella sua Vie de Rossini (Vita di Rossini) lo scrittore francese Stendhal osservò: “Il giorno in cui ci prenderà la curiosità, vantaggiosa o meno che sia per il nostro piacere, di avere una conoscenza intima dello stile di Rossini, è nel Barbiere che dovremo cercarla.”

La prima (il 20 febbraio 1816) fu un disastro, ma dalla seconda serata l’entusiasmo per l’opera divenne inarrestabile e si diffuse per tutta l’Europa. Anche Ludwig Van Beethoven espresse elogio.

L’apertura dell’opera è tipica dello stile di Rossini, con l’andante maestoso dominato dalle melodie dei violini e l’allegro con brio in forma di sonata senza sviluppo. Da subito si è immersi in un’atmosfera frizzante e leggera, il cui tempo sa accelerare con maestria i movimenti cui partecipa l’intera orchestra. Agli accenti appena nostalgici rispondono quasi immediatamente le galoppate di note tipiche dei crescendo rossiniani. Quasi senza accorgersi si sorride: con la musica piove una gioia nuova in petto, il corpo sembra meno grave. Poi entrano in scena Fiorello, il coro prezzolato, il conte d’Almaviva: è l’alba, occorre fare piano pianissimo.

L’intreccio gradualmente si svela: il conte vuole conquistare il cuore di Rosina, pupilla del vecchio don Bartolo, che la tiene reclusa nella casa e, apprenderemo più tardi, la vuole addirittura sposare. Che fare? L’unica persona che può aiutare a risolvere la complessa faccenda è l’eroe di Siviglia, il “barbiere parrucchier chirurgo botanico spezial veterinario faccendier di casa.” La sua entrata in azione si annuncia da lontano, con espressioni di gioia di vivere cantate fuori scena, che divengono poi uno dei pezzi più famosi dell’opera lirica. La cavatina Largo al factotum è costruita per magnificare il virtuosismo musicale-linguistico del baritono cui è affidata:

Ah che bel vivere,

che bel piacere

per un barbiere

di qualità!

Tutti mi chiedono

tutti mi vogliono…

Non credo che sia possibile non avere mai sentito queste note. Tradizione vuole che fra le più memorabili interpretazioni vi siano quelle dello stesso Rossini, di solito tenute in privato, ma, in una occasione, in pubblico, nel corso di un concerto tenuto a Cambridge nel 1824.

Poi comincia la lotta tra le forze della vita – rappresentate dal conte e da Rosina e da Figaro – e quelle dell’immobilità e della morte – don Bartolo e don Basilio, quest’ultimo “un solenne imbroglion/di matrimoni, un collo torto, un vero/disperato, sempre senza un/quattrino.” Pur essendo il tema così oneroso, mai si sfiora la tragedia. Rossini modula la vicenda sul tono della commedia brillante, della farsa, esaltando le potenzialità del testo nei fuochi d’artificio della musica. Si imparano facilmente a memoria molti brani dell’opera, duetti cavatine recitativi arie, da Una voce poco fa, a La calunnia è un venticello. Di quest’ultima aria fu memorabile l’interpretazione di Cesare Siepi al Palacio de las Bellas Artes di Città del Messico, il 7 luglio 1949: il publico richiese con applausi a non finire il bis. Alcuni momenti sono anche più entusiasmanti, come quando l’intera compagnia dei personaggi in scena dà vita al finale del primo atto, Mi par d’essere colla testa: sul sottofondo dei violini che portano avanti il loro ritmo leggero, le voci si inseguono, si accavalano, esplodono all’unisono prima, poi in tre gruppi di due personaggi ciascuno, a intervalli e incastri precisi. La confusione delle cose diviene una perfetta costruzione armonica di voci e suoni senza uguali.

Si è grati a Rossini per quest’opera che ci mette in diretto contatto con il bello, senza suggerire il timore riverenziale che può irretire la percezione del profano. Molte volte abbiamo associato ore di difficlile ascolto, forse di sconforto, all’espressione “opera lirica”: è così difficile capire le parole, figuriamoci poi sapersi orientare tra intrecci e gorgheggi… Invece ci sentiamo a nostro agio in ogni momento della composizione, più di una volta ci siamo scordati del luogo e del tempo e delle scadenze della vita quotidiana, a cavallo del flusso ricco di note che l’orchestra e le voci modellano.

Ci accorgiamo di provare la stessa gioia che ricordiamo di avere conosciuto alla lettura de I limoni, la poesia che apre gli Ossi di seppia di Eugenio Montale:

Ascoltami, i poeti laureati

si muovono soltanto tra le piante

dai nomi poco usati: bossi ligustri acanti.

Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi

fossi dove in pozzanghere

mezzo seccate agguantano i ragazzi

qualche sparuta anguilla:

le viuzze che seguono i ciglioni,

discendono tra i ciuffi delle canne

e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

(…)

L’accostamento è meno sorprendente di quanto sembri a tutta prima: ci torna a mente che il grande poeta amava cantare l’aria La calunnia, con la sua addestrata voce di basso. Rossini ha avuto su di noi l’effetto che i limoni, con il loro giallo squillante, ebbero su Montale:

e il gelo del cuore si sfa,

e in petto ci scrosciano

le loro canzoni

le trombe d’oro della solarità.

figaro

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