Tucidide

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Tucidide

Thucydides

(c. 460 a.C. – 399/396 a.C. )

La guerra del Peloponneso, il conflitto che per trenta anni tenne occupate le città di Atene e Sparta l’una contro l’altra; il conflitto che segnò insieme il momento di massima potenza e creatività della Grecia come centro politico del mondo e l’inizio della sua decadenza – glossa sin troppo umana del sapienziale frammento di Eraclito che il conflitto è padre di tutte le cose; il conflitto che per la prima volta su così ampia scala, pose in campo greco contro greco piuttosto che greco contro barbaro, esempio di tutte le future guerre civili; il conflitto che si allargò seguendo le rotte del Mediterraneo dall’Asia Minore alla Sicilia, seminando i propri morti tra le onde del mare o tra i campi spogliati del grano; questo conflitto emerge dal passato remoto dell’Europa ogni volta che i nostri occhi si posano sulle pagine ricche di fascino di Tucidide. Risuonano allora nuovamente i clamori delle folle, i cozzi degli eserciti, gli spettacoli grandiosi e patetici delle armate pronte a salpare, le strategie, i sacrifici, i tradimenti. Dalle azioni emergono le personalità intorno alle quali da sempre si concentrano le forze che da sempre operano nella storia: in quel caso si tratta di Pausania, Temistocle, Pericle, Brasida, Alcibiade, Gilippo, Nicia.

Tucidide stesso esercitò la carica di stratego durante un periodo poco fortunato per Atene: gli toccarono venti anni di esilio, essendo stato ritenuto colpevole di imperizia, cosicché poté vivere le vicende della guerra dall’estero, “maturo di anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza.” Lo storico in persona, votato ad un impegno quanto più oggettivo e imparziale possibile, tramanda per i posteri la sua disavventura, non rinunciando al suo stile severo, alieno da sentimentalismo o recriminazione: “Mi toccarono venti anni di esilio dalla mia patria, frutto di quella strategia che esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato di frequentare ambedue i terreni d’operazione e, a causa della mia sorte d’esule, d’essere vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega, su ogni sfumatura dei singoli episodi.” ,

Sin dall’inizio delle ostilità, Tucidide si rese conto che il conflitto sarebbe stato della massima importanza: mise subito mano alla stesura dell’opera, “dallo scoppio della guerra, che prevedeva sarebbe stata grave, anzi la più degna di memoria tra le precedenti,” vagliando criticamente indizi e testimonianze, conscio che lo studio accurato è indispensabile per comprendere correttamente ciò che accade ai mortali. Nella sua Storia, scrive senza ostentazione, i fatti avvenuti potranno essere letti e interpretati “con una certezza che non si discosta essenzialmente dal vero.” Quando riporta i discorsi pronunciati dai diversi oratori – pagine di intenso splendore retorico – poiché non era possibile ritenere con precisione a memoria i giri di frase effettivamente pronunciati o consultare tutti i testimoni, lo storico ricrea il linguaggio che i personaggi avrebbero sicuramente usato, a suo parere, nelle circostanze considerate. E’ invenzione non solo di stile. Possiamo così chiosare: la vita umana si sviluppa secondo usanze e stilemi che possono essere intesi se risvegliano corrispondenze affettive, oltre che di significato, in colui che le registra. La narrazione sarà tutt’uno con i fatti avvenuti, come accade nell’Iliade. Non si tratta di semplice mimesi, cioè imitazione: è piuttosto la distillazione della materia bruta che perde i caratteri della disarmonia e del disordine e acquista la nettezza di disegno in cui si palesano cause ed effetti, ciò che spesso si nasconde agli occhi di chi quei fatti si trova a viverli.

Tucidide è conscio della novità del suo racconto:

Il tono severo della mia storia, mai indulgente al fiabesco, suonerà forse scabro all’orecchio: basterà che stimino la mia opera feconda quanti vogliono scrutare e penetrare le verità delle vicende passate e di quelle che nel tempo futuro, per le leggi immanenti al mondo umano, s’attueranno di simili, o perfino di identiche. Possesso per l’eternità è la mia storia, non composta per la lode, immediata e subito spenta, espressa dall’ascolto pubblico. (trad. it. di Ezio Savino).

carta guerra peloponneso

Tra le pagine più drammatiche della Guerra del Peloponneso è la ricreazione della spedizione imperialista di Atene contro Siracusa, voluta dall’ambizione cieca di Alcibiade (che fu il bellissimo discepolo di Socrate) e affidata invece al generale Nicia, oppositore dell’avventura ma obbediente al sistema democratico. Salpò la flotta nel tripudio della folla, quasi tutti fossero stregati dalla potenza sinistra di hubris, la tracotanza esiziale agli uomini che Dante chiamò “il trapassar del segno.” Ma la campagna in terra di Sicilia si allungò, sorsero difficoltà strategiche e di approvvigionamento, sopravvennero sconfitte, giunse la disfatta finale. Nelle pagine che rievocano il disastro prende rilievo la figura di Nicia, che cerca comunque una soluzione alla folle impresa. Sofferente di nefrite, chiede invano di essere sostituito; tenta le ultime sortite, quando l’esercito ateniese è ormai in rotta; confidando nella probità del generale spartano Gilippo, alleato di Siracusa, si arrende purché si interrompa l’eccidio dei suoi uomini. Ma i siracusani vogliono vendetta e, contro il parere di Gilippo, Nicia è giustiziato, “il più incolpevole tra tutti i Greci,” chiosa Tucidide con parole che non si dimenticano, “almeno tra quelli del mio tempo, e il meno degno di una così cupa fine, per l’impegno inflessibile riposto nella pratica della virtù, nell’esemplare rispetto della legge.”

Tucidide invita il lettore ad interrogarsi sulla giustizia che presiede alle vicende umane. Sono domande che in ogni epoca sorgono in chiunque indaghi i motivi delle nostre azioni, il rapporto che esiste tra la rettitudine individuale e le forze oscure della storia, le eterne vicende del bene e del male. Sulle pagine di Tucidide si ritorna ogni volta con lo sguardo reso più forte dalle letture precedenti, in un dialogo con l’antica voce dello storico che non perde mai il suo fascino.

Vero possesso per l’umanità è la sua storia.

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