The Golden Gate Bridge

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

The Golden Gate Bridge

Golden gate Bridge wallpaper

(1937)

Il Ponte della Porta d’Oro è un’opera d’arte che comunica in acciaio e ferro e calcestruzzo invece che in parole o colori o suoni, ma la sua struttura snella e insieme possente lascia l’osservatore incantato e ammirato come accade davanti ad una statua o a un quadro o ascoltando una sinfonia o un canto epico. La sua fuga prospettica tra le due punte all’ingresso di una delle baie più belle del mondo sembra un miraggio, e come tale suggerisce un mondo di fiaba oltre quello della materialità; ma allo stesso tempo la sua presenza è quanto di più concreto si possa immaginare, con i poderosi tralicci che affondano nel letto granitico dell’oceano per garantire resistenza in caso di terremoto, e s’innalzano nel cielo per reggere la lunga onda dei due cavi laterali che sorreggono il piano stradale. Il grandioso progetto fu curato dall’ingegnere americano Joseph Baermann Strauss, che concepì l’idea originaria negli anni venti e la portò a compimento nel 1937: era allora il più lungo ponte sospeso del mondo, 1.280 metri di campata e un’altezza di circa 80 metri sulla superficie dell’acqua al suo centro opportunamente convesso.

Il fascino che quest’opera esercita su di me risale all’adolescenza, quando per la prima volta conobbi le opere degli scrittori americani legati alla cosiddetta Rinascenza di San Francisco, quel movimento di vita e arte che seppe infondere linfa nuova nell’espressione poetica e culminò nella leggendaria serata del 7 ottobre 1955 alla Six Gallery, nel corso della quale Allen Ginsberg lesse il suo rivoluzionario poemetto Urlo. In quella sera d’autunno il più anziano poeta Kenneth Rexroth, autorità indiscussa nella poesia d’avanguardia non solo della baia di San Francisco, presentò, oltre ad Allen Ginsberg, i giovani Philip Lamantia (che lesse poesie dell’amico poeta John Hoffman, recentemente scomparso per una dose eccessiva di peyote), Michael McClure, Gary Snyder, Philip Whalen. Se ne può assaporare l’eco nelle pagine iniziali del romanzo I vagabondi del Dharma di Jack Kerouac: Jack, che non lesse opere sue in quell’occasione, si aggirava tra i presenti raccogliendo soldi per comprare del vino e riscaldare ancor più l’atmosfera. Quando, anni dopo, ebbi la fortuna di incontrare alcuni dei protagonisti di quella serata e di quel fermento di arte e di vita così sincero, mi sembrò di vivere per qualche attimo in un’altra dimensione.

Contemplai per la prima volta l’aerea struttura del ponte in una sera in cui l’atmosfera era tersa e, dal punto di osservazione in cui l’amico che mi aveva accolto al mio primo ingresso in terra americana si era fermato, potevo ammirare la grande costruzione in primo piano, sulla mia destra, e, nel mezzo della baia, a sinistra, l’isolotto di Alcatraz, con il famoso penitenziario ormai meta di turismo vagamente morboso, cui facevano corona le luci più lontane della città; più lontano sulla mia sinistra, si stagliava la sagoma illuminata di un altro ponte, il Bay Bridge, che suggeriva altri panorami, perché non chiudeva la vista ma la invitava ad ulteriori suggestioni.

Sperimentai in quel momento una verità psicologica che mi fu chiarita anni dopo da una osservazione definitiva del poeta romantico inglese William Wordsworth: nel momento dell’emozione le parole non ci aiutano a comprendere o a comunicare quanto ci sta accadendo, il poderoso sentimento che proviamo, invero, ci sommerge con tale forza che possiamo solo sentire, senza possibilità di riflessione. Soltanto più tardi, quando ripenseremo a ciò che è avvenuto in un momento di tranquillità, riusciremo a riassaporare la scena, ma questa volta con la facoltà di descriverla a noi stessi e agli altri, perché l’emozione sarà in quel secondo momento sotto il nostro controllo.

Ebbi in seguito modo di osservare il ponte in molte altre occasioni, intravisto tra gli slanci verticali dei grattacieli della city o dall’alto della collina del Presidio o dall’ultima curva della freeway prima della città, vedendo la sua forma inghiottita da atmosfere diverse, nella luce del sole o nel monocromo di un giorno piovorno, o soggetta ai giochi bizzarri dei banchi di nebbia che l’oceano crea con sorprendente frequenza: allora ci si sorprende a pensare alle vaghe cattedrali di Claude Monet, che si velano, nel mentre si annunciano presenti davanti all’osservatore attento e come rapito, nelle pastose sapienti pennellate che riempiono la tela.

golden gate bridge in the fog  Claude_Monet_-_Cathédrale_de_Rouen

(Il ponte nella nebbia e La cattedrale di Rouen di Monet)

Finalmente, grazie alla gentilezza dell’amico, riuscii ad esaudire un desiderio che mi era al fondo del cuore: percorrere a piedi il ponte in tutta la sua lunghezza. Partii da Marina, l’area a livello del mare, proprio di fronte ad Alcatraz. Salii alcuni gradini di un sentiero sterrato, raggiunsi una pista pedonale e mi avvicinai così all’entrata del ponte, che vedevo, e sentivo, ormai così vicino. I possenti tralicci erano una rete di acciaio di impeccabile ingegneria. Al di sopra, le auto si muovevano in incessante flusso sulle sei corsie nelle due direzioni; per i pedoni c’è un apposito corridoio tra le carreggiate e la barriera, sporgendosi dalla quale il respiro quasi si ferma alla vista del balzo. Muovevo i miei passi come fossi solo pur tra la gente che fotografava o correva per l’allenamento quotidiano o passava in bicicletta. Mi fermai per osservare una enorme nave mercantile che lentamente usciva dalla baia e passava sotto di me, percorsi con l’occhio il disegno della baia e ammirai il colore bianco delle tante abitazioni sul pendio, che donano al sito un’aura quasi mediterranea. Come spostai l’occhio verso Alcatraz, colsi due forti pellicani che maestosi nuotavano nell’aria verso di me e poi virarono verso sud, indifferenti e come sdegnosi, verso la città. A metà del ponte riuscii a toccare la poderosa struttura tubolare che regge i tiranti che sorreggono la costruzione. Sorrisi, pur mio malgrado perché il numero dei suicidi non è materia per facile umorismo, vedendo i telefoni che, posti a regolari distanze l’uno dall’altro, erano corredati da cartelli che invitavano a comporre un numero di soccorso piuttosto che gettarsi nel vuoto in preda alla disperazione.

Pensieri ed emozioni si affollavano nel mio petto ma, come quella lontana prima volta, “lingua mortal non dice / quel ch’io sentiva in seno.”

golden gate traffic

(Traffico sul ponte)

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