Platone

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Platone

platone

(428/427 a.C. – 348/347 a.C.)

Poco oltre la metà del suo fluviale, effervescente romanzo Humboldt’s Gift (Il dono di Humbolt) 1975, Saul Bellow, parzialmente riconoscibile sotto la maschera comunque caricaturale del protagonista Charles Citrine, si chiede, facendo ricorso ancora una volta alla sua parte intellettuale più appassionata e investigativa, quale sia il significato della vita, se le scienze esatte e sempre più sofisticate del XX secolo, dalla matematica all’astrofisica, ci abbiano aiutato a trovare risposte definitive. Citrine commenta: “Ma nulla era stato fatto in merito alla questione principale. La questione principale, come aveva indicato Walt Whitman, era la questione della morte, (the death question).” Credo che un lettore europeo sia portato a rimeditare, su questo tema, piuttosto che le parole del poeta americano Walt Whitman, la famosa battuta di Amleto principe di Danimarca, To be or not to be, that is the question.

Ma su questa questione tra le parole più essenziali e indimenticabili mai pronunciate è il dialogo di Platone intitolato Fedone. Se dovessimo presentare alle divinità che forse reggono l’universo una manciata di rappresentanti del genere umano che ne assolvano la cupa storia omicida con la loro sola esistenza, Platone sarebbe del numero. Maestro di stile e di pensiero trattò tutti i temi che stanno a cuore a coloro che nati non furono “a viver come bruti”.

Ad un certo punto del Fedone, dialogo della maturità di Platone, il protagonista Socrate si rivolge agli amici che assistono nel carcere alle estreme ore del maestro e tentano inutilmente di convincerlo a sfruttare l’ultima possibilità di sfuggire all’ingiusta condanna, e affettuosamente li rimprovera di considerarlo inferiore ai cigni. Ricorda Socrate che questi animali, prossimi alla morte, cantano il loro canto più bello, sicuri, essendo seguaci di Apollo, dio degli indovini, di godere presto dei beni dell’Ade; lui, Socrate, agendo secondo il suggerimento dei sodali, darebbe invece l’impressione ben miserevole di angosciarsi per l’imminente dipartita. Non è così: confratello dei cigni, consacrato allo stesso dio e da questi beneficato del dono della divinazione, Socrate non si separa dalla vita afflitto. Il suo animo sereno è colmo di gioiosa anticipazione. Il Fedone è davvero il canto del cigno di Socrate, il dialogo in cui Platone mescola le meditazioni più suggestive della sua filosofia con le immagini più delicate e liriche che il suo animo di artista continuamente contemplava.

fedone valgimigli

Il primo miracolo del dialogo è il tono di sorprendente leggerezza: a dispetto del tema dell’opera, che tratta dell’addio accorato a Socrate accusato di empietà e corruzione dei giovani, e si svolge tra le tetre pareti di un carcere, i personaggi del Fedone paiono sciolti dalle catene della forza di gravità, danzano armoniosi nelle regioni ai confini della vita, dove il dolore e il rimpianto sono infine obliati. Il Socrate ricreato da Platone ha assunto la condizione del liberato in vita, cui la pratica quotidiana della filosofia ha permesso di vincere la paura. Egli è ora disposto, una volta sciolto dall’ombra del corpo, a conoscere la verità che all’impuro non è lecito cogliere. Mentre fa finta di registrare per il futuro i temi fondamentali della riflessione del maestro, Platone sviluppa il proprio pensiero, forse conscio che esso influenzerà i secoli avvenire. Avrà provato qualche attimo di divertita divinazione il figlio di Aristone, anch’egli consacrato al dio Apollo, pensando agli echi che le sue pagine avrebbero generato? Nella musica del dialogo che la sua tecnica portava a compimento si sarà forse riconosciuto come uno dei massimi artisti dell’umanità, capace di dare forma alle idee incarnandole in parole e in ritmi e in situazioni indimenticabili, – lui che gli artisti li avrebbe banditi dalla sua Repubblica.

Nel Fedone la gamma dei temi toccati da Platone include anche la teoria dell’apprendimento come reminiscenza: discussa per provare che l’anima deve necessariamente esistere in qualche altro luogo prima di essere incarcerata nel corpo, essa evoca suggestioni che possono cambiare il corso della vita. Se ciò che conosciamo è ricordo, anche ciò che pensiamo di scoprire è, propriamente memoria: da sempre esso era là, pronto ad essere colto, solo la nostra opaca vista non era in grado di coglierne lo splendore. Il concetto di invenzione andrebbe sostituito con quello di rinvenimento, ossia rimozione del velo: esiste un mondo in cui la verità è da sempre; solo quando ci liberiamo delle scorie della nostra individualità lo troviamo.

Verso la fine del dialogo, la prova dell’immortalità dell’anima è risolta in un serrato susseguirsi di brevissime battute fra Socrate e Cebete, in cui la forza logica del discorso si incarna in forme di intensa suggestione drammatica:

  • E allora, disse, rispondi: Vivo sarà quel qualunque corpo in cui si generi. . . che cosa?

  • Quello in cui l’anima si generi, disse.

  • Ed è sempre così?

  • E come no?, rispose.

  • Dunque l’anima, qualunque cosa ella investa di sé, sempre dove entra arreca vita?

  • Sempre, disse: sicuramente.

  • E dimmi, alla vita c’è qualche cosa contrario, o non c’è?

  • C’è, disse.

  • E che cos’è?

  • Morte.

  • Dunque l’anima non sarà mai che possa accogliere in sé il contrario di ciò che sempre ella reca seco, secondo s’ è rimasti d’accordo dopo quel che dicemmo.

  • Perfettamente, disse Cebete.

  • Ebbene, ciò che non può ricevere l’idea del pari come lo chiamavamo or ora?

  • Impari, disse.

  • E ciò che non può ricevere giustizia, e ciò che non può ricevere cultura?

  • Incolto, disse; e l’altro, ingiusto.

  • Sta bene. E ciò che non può ricevere morte?Come lo chiamiamo?

  • Immortale, disse.

  • Dunque l’anima non riceve morte?

  • No.

  • Allora l’anima è immortale.

  • Immortale.

  • Bene, disse. Questo per ora dobbiamo dire ch’è dimostrato: che ne pare a te?

  • Sì, o Socrate; e in maniera soddisfacente.

(trad. it. di Manara Valgimigli)

Il Fedone si chiude con le ultime parole pronunciate da Socrate. Dopo avere conversato della condizione ultima dell’uomo ed avere portato luce nelle tenebre, Socrate si rivolge a Critone: “Critone, siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene.” Anche in questo caso, ci piace pensare,  il genio di Platone coglie una verità fondamentale: tra l’azione ordinaria e la meditazione metafisica non c’è più differenza, per il saggio tutto brilla egualmente nella luce della verità. Né vogliamo dimenticare il grande umanista italiano Pico della Mirandola, che nella sua orazione De Dignitate Hominis, propose una interpretazione misterica di questo passo: “Questo è il gallo che Socrate morituro, finalmente liberato dal pericolo della malattia del suo corpo, nel momento in cui sperava di ricongiungere la parte divina del suo animo con la parte divina dell’universo, disse che doveva ad Esculapio, che è il medico delle anime.”

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Jacques-Louis David, La morte di Socrate

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