John Milton

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

John Milton

milton

1608 – 1674)

Il terzo libro del Paradiso perduto si apre con una solenne invocazione alla luce, progenie primogenita del cielo, forse addirittura raggio co-eterno con il Padre:

poiché Dio è luce,

E solo nella luce inattingibile

Ebbe dimora dall’eternità, in te dimorò,

Fulgida emanazione di fulgida essenza increata!

Dando pieno sfogo al senso di libertà che prova a contatto con la sostanza prima che informa la vita, John Milton carica di emozioni i suoi versi, accumulando interrogazioni ed esclamazioni, piegando con sicura maestria la sintassi al lungo respiro della sua ispirazione. Dopo avere trascorso i primi due libri del poema nelle cupe dimore dell’Inferno, dove il fuoco della disfatta non crea luce ma piuttosto oscurità visibile, per descrivere in quei luoghi al confine del dicibile la nuova infelicissima condizione di colui che negò obbedienza al suo Dio, il serpente infernale caduto con la schiera non più orgogliosa dei suoi seguaci; dopo avere scolpito la possente figura di Lucifero, superbo e tormentato nella sconfitta mentre volge attorno gli occhi minacciosi, ancora stordito ma già intento alla vendetta; dopo avere ricreato i clamori del concilio infernale, con il proposito giurato di nuocere a Dio attraverso l’ultima sua creazione, quell’uomo di cui gli angeli caduti hanno avuto soltanto scarsa e disordinata notizia; dopo avere seguito Lucifero nella sua solitaria ascesa attraverso il golfo immenso che separa Inferno e Paradiso, là ove regna minaccioso il Caos e chi sale ora nuota ora affonda ora guada ora striscia ora vola nello spesso oceano senza limiti in cui le misure e il tempo e lo spazio sono perduti e infinite guerre e confusione e strepito mai non restano; il poeta sale a migliori auree e saluta con cuore grato ed esultante la sacra luce. Non diversamente Dante provò gioia a lasciare dietro di sé gli stretti malagevoli passi della natural burella:

Dolce color d’orïental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto,

del mezzo, puro insino al primo giro,

alli occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor dell’aura morta

che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

La voce di John Milton si fa, però, presto accorata: se il suo canto può concentrarsi sulla luce dopo la memorabile discesa agli inferi, assistito e nutrito dalla Musa celeste, la luce non più visita i suoi occhi, che invano ruotano a cercare quei raggi penetranti, e non sanno trovare l’alba, offuscati dallo spesso velo che su di essi si è posato. Ritornano le stagioni dell’anno, e il dolce alternarsi della sera e del mattino, e sempre nuvole ed caligine circondano il poeta, isolato, dalla cecità ormai completa, dal resto del consesso umano. Mai è più vicino e come ineluttabile lo sconforto, di quando la coscienza ci rende chiara la totale assenza dei rimedi: allora il cuore sente la stretta della disperazione e senza più reagire accetta di affondare.

Ma il genio soccorre il poeta. Quando vuote sono per lui le opere della natura, ancora più chiara gli giunge la luce celeste, che dentro i meandri della mente irradia il suo potere. Là rivolge il suo sguardo sopra-sensoriale e purga la nebbia e la disperde, così che il canto germoglia sulle cose invisibili agli occhi mortali. Allora sente Milton fraterno legame con Tiresia, il cieco indovino, con Fineo, accecato dal sole, con Tamiri, che osò sfidare le Muse; soprattutto con Omero divino, che senza l’aiuto degli occhi seppe, unico, vedere i fatti di Troia, e farne poema che non morirà finché il sole, come si espresse Ugo Foscolo al termine dei suoi Sepolcri, “risplenderà su le sciagure umane”.

milton blake

(illustrazione di William Blake per il suo libro profetico Milton)

Di questa luce interiore si nutre Paradiso perduto, in cui l’esperienza umana maturata da Milton – la cultura enciclopedica e viva, la passione politica, l’esperienza spesso contraddittoria ma vivamente sentita e partecipata, della repubblica dei puritani, il religioso fervore, l’attenzione a tutti gli aspetti della vicenda umana – si rigenera nei versi sciolti che trattano materia mai da nessuno prima affrontata: l’onniscienza di Dio, gli inganni di Lucifero, il gioco della predestinazione e della volontà singola nelle azioni di Eva e Adamo di tutta l’umanità, lo scandalo di Gesù uomo e Dio, vittima e salvatore. Così inizia il poema, secondo i ritmi classici che furono di Omero e di Virgilio e che John Milton trasporta, con ardita scelta stilistica, nella sua lingua materna:

Della disobbedienza originale e del frutto

Dell’albero proibito il cui gusto fatale

Portò morte nel mondo e ogni dolore,

Con perdita dell’Eden, finché un Uomo più grande

Ci redimesse e riguadagnasse per noi la beatitudine,

Canta, Musa Celeste, che sulla vetta ascosa

Di Oreb o del Sinai ispirasti

Quel pastore che per primo insegnò al seme eletto

Come i cieli e la terra all’inizio

Sorsero dal Caos; o, se la collina di Sion

Più ti aggrada, e la polla di Siloa in corsa

Presso l’oracolo di Dio, da questi luoghi

Invoco il tuo aiuto per il mio canto intrepido,

Che senza indugio si sollevi

Sopra l’Elicona, mentre insegue

Temi mai prima affrontati in prosa o in rima.

Ciò che nell’uomo, e per l’uomo, è oscuro sarà illuminato; ciò che è basso sarà innalzato; il poeta affermerà la provvidenza eterna, giustificherà le vie di Dio nei confronti degli uomini.

Affascinati dal canto di John Milton, anche noi dimentichiamo le cure del vivere ordinario, senza però correre la sorte in cui cadevano le vittime delle Sirene: entriamo nella mente di Lucifero e conosciamo le sue trame ma anche il suo disperato dolore; presenziamo ai duetti in cielo tra Padre e Figlio; scorgiamo l’abbagliante nudità di Eva; ascoltiamo dalle labbra dell’arcangelo il racconto della battaglia tra gli angeli del Paradiso; assistiamo all’uscita dall’Eden di Adamo ed Eva. Quando riponiamo il volume sentiamo di avere conosciuto una forza che ci ha reso più vigili, forse migliori, forse disposti, anche noi come Dante prima e Milton poi, a salire alle stelle.

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