Miguel de Cervantes

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Miguel de Cervantes

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(1547 – 1616)

Ho lasciato Cordoba, caldissima, questa mattina, all’ora che il sole già infuocava l’aria. Il ricordo della moschea-cattedrale, le cui snelle colonne sormontate da capitelli uno diverso dall’altro, si ripetono in tutte le direzioni creando uno spazio geometrico e labirintico che pare frutto di magia più che delle leggi architettoniche, è di quelli che non cadranno mai dalla memoria. Anche ora, mentre l’attenzione è volta alla strada che sale verso la Mancha, il gioco prospettico raffinatissimo di quei fusti e delle arcate in mattoni e pietra bianca, evoca nella mente suggestioni molteplici, che vanno dai profumi dell’Arabia come aleggiano nei racconti delle Mille e una notte, alle costruzioni stupefacenti di M. C. Escher, di cui rammento un disegno a matita in bianco e nero intitolato, appunto, La Mezquita, Córdoba, 1936

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(Il labirinto della Mezquita di Cordoba evocato da M. C. Escher)

Sono sulle tracce di Miguel de Cervantes Saavedra, il più grande narratore spagnolo, tra i massimi al mondo. Nacque ad Alcalá de Henáres, poco distante da Madrid, ebbe vita avventurosa e sfortunata: dopo la battaglia di Lepanto, cui prese parte perdendo l’uso della mano sinistra a causa di un colpo di archibugio, fu fatto prigioniero dai corsari di Barberia, e tornò in patria solo dopo cinque anni di sofferenze. Ad Argamasilla de Alba, che raggiungerò tra breve, è la Cueva de Medrano, ove lo scrittore fu imprigionato per debiti e dove, secondo la tradizione, iniziò a comporre il libro che gli ha dato l’immortalità, El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha, che Vittorio Bodini rese in italiano come Il fantastico cavaliere Don Chisciotte della Mancia: a conclusione della sua breve nota biografica , Bodini scriveva: mai nessun uomo ha avuto dalla vita così poco e le ha dato tanto.

Dopo Tomelloso la strada punta decisamente a nord; nei pressi di Alcázar de San Juan devia verso est e nell’arido paesaggio mancego si può immaginare un solitario, allampanato cavaliere che persegue il suo sogno eroico e grottesco di vita tra maghi e donzelle illibate e castelli incantati e giganti e torti da raddrizzare, il mondo che noi italiani abbiamo imparato ad amare nelle pagine di Ludovico Ariosto. Tanto ci si può immedesimare in don Chisciotte, che dopo che la strada ha lasciato la pianura e sale verso Campo de Criptana, quando d’improvviso appaiono i pittoreschi mulini il cui bianco tronco cilindrico contrasta con le scure pale che rigano il cielo, viene naturale immaginare gli smisurati giganti contro i quali don Chisciotte entrò in singolar tenzone, tenendo in non cale le rustiche proteste di Sancio Panza che no, signoria vostra, che quelli che si vedono là non sono giganti ma mulini a vento, e quelle che paiono braccia sono le pale che fanno girare la mola. E’ l’avventura più famosa del libro, il simbolo di quest’opera che è comica e struggente allo stesso tempo. Il cavaliere don Chisciotte, oggetto di beffe crudeli e disavventure dolorose, non subisce le distorsioni tipiche della caricatura: pur immerso nell’aura del comico che produce il riso nel lettore, questo cavaliere “secco, ossuto, stravagante (antojadizo) e pieno di pensieri diversi e mai immaginati da nessun altro” (come lo descrive l’autore nel Prologo) non partecipa della natura del boccacciano Calandrino, vittima unidimensionale delle ripetute burle di Bruno e Buffalmacco: egli è l’eroe dell’ideale, che insegue ad onta delle sconfitte e del pubblico ludibrio; all’ideale dedica gli anni della sua maturità, quando l’uomo comune è in genere disilluso e amareggiato, mentre don Chisciotte è appassionato e pieno di entusiasmo e di convinzione come un adolescente. Don Chisciotte è l’eroe della letteratura, per lui il mondo dei libri è lo spazio della verità, mentre quello in cui noi ci muoviamo è piuttosto il mondo dell’ignoranza e della menzogna; per don Chisciotte la biblioteca non è nel mondo, il mondo è la biblioteca.

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(Il cavaliere Don Chisciotte immaginato da Picasso e Dalì)

All’inizio del romanzo Cervantes ci presenta don Chisciotte in continuo quotidiano dialogo con i libri di cavalleria che ha accumulato: passa le ore del giorno e della notte immerso nelle avventure che si succedono nei castelli della fantasia tra negromanti e mostri e fanciulle e sfide impossibili; dimentica la caccia e l’amministrazione della sua proprietà, vende parte delle sue terre per acquistare tutti i libri di cavalleria di cui ha notizia, fino a costruire una collezione che è il monumento ad una passione monomaniacale, bizzarra e dotta, e di diseguale valore. Quando il curato e il barbiere la analizzano per bruciare quasi tutte quelle opere nel tentativo di risanare il cervello di colui che considerano fuori di senno, pure rimangono sorpresi e ammirati: sembrerebbero sul punto di pronunciare le parole che il contemporaneo Shakespeare mette in bocca a Polonio che così commenta l’apparente follia del principe Amleto: E’ pazzia senz’altro, ma non senza metodo. Le pagine di quei libri tanto amati sono, per il loro lettore ideale, la verità. Il silenzioso fascino che le righe inchiostrate impresse sull’opaco candore del foglio esercitano sulla sua mente non è soltanto l’irresistibile richiamo di un mondo diverso, migliore, in cui virtù e onestà non sono, di fatto nient’ altro che parole vuote. Le peripezie dei cavalieri erranti e dei loro scudieri scardinano addirittura l’ordine e la pregnanza usuali della significazione (“La ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione vien fatto, mortifica in tal modo la mia ragione, che con ragione mi dolgo della vostra bellezza.”), aprendo la dimensione nuova in cui la danza dei segni cambia l’interpretazione e la percezione del mondo. Non è un caso che Michel Foucault, il più innovativo indagatore contemporaneo dell’ordine del discorso e fondatore dell’archeologia del sapere, abbia posto la figura del cavaliere della triste figura in apertura del suo libro più complesso e più denso, Le parole e le cose, pubblicato nel 1966: “Don Chisciotte non è l’uomo della stravaganza ma piuttosto il pellegrino meticoloso che fa tappa davanti a tutti i segni della similitudine. E’ l’eroe del Medesimo. Non riesce ad allontanarsi dalla familiare pianura che si stende attorno all’Analogo, proprio come non riesce ad allontanarsi dalla sua angusta provincia. Incessantemente la percorre, senza mai varcare le frontiere nette della differenza né raggiungere il cuore dell’identità. Egli stesso è fatto a somiglianza dei segni. Lungo grafismo magro come una lettera, eccolo emerso direttamente dallo sbadiglio dei libri. L’intero suo essere non è che linguaggio, testo, fogli stampati, storia già trascritta. E’ fatto di parole intersecate; è scrittura errante nel mondo in mezzo alla somiglianza delle cose.” (tr. it. di Emilio Panaitescu)

Il capolavoro di Cervantes non rappresenta tanto, o soltanto, il bacio della morte che la civiltà del Rinascimento europeo impresse sul vecchio mondo medievale e sulle sue credenze, intonandone il divertito l’epicedio: il fervore di un’epoca nuova è tutto compreso di se stesso e del proprio progresso, e volge perciò lo sguardo soprattutto verso il futuro, tutta compresa, l’epoca, nel proprio sforzo di reazione contro un passato sentito come fardello e la tensione di assaporare le malìe di un futuro tutto da inventare. Questo libro pare allora segnalare l’emergere di un interesse fino allora inaudito per l’elusivo rapporto che le parole instaurano con l’esperienza, non in termini di verità rivelata, ma in funzione della paziente ricerca del senso che i segni giocano sulla superficie di ciò che non è linguaggio, – natura o storia o vita. L’antica fede che i nomi siano conseguenza delle cose (nomina sunt consequentia rerum) si trasforma nel quesito se la struttura del codice linguistico influenzi e guidi e determini la comprensione del mondo, se la complessità di quest’ultimo si strutturi per noi secondo le regole del mezzo espressivo utilizzato per descriverlo e comunicarlo, anche a noi stessi quando riflettiamo in solitudine. Nella seconda parte dell’opera don Chisciotte interagisce con personaggi che hanno letto le avventure raccontate nella prima parte, i confini di vita e scrittura si intrecciano e si mescolano: chi chiosa le azioni del cavaliere, interroga anche il modo in cui sono narrate. E’ il cammino che porterà, nella letteratura, ai labirinti linguistici di Franz Kafka e James Joyce, alle vertiginose creazioni dello scrittore argentino Jorge Luis Borges, quali il racconto intitolato La biblioteca di Babele, che inizia con la memorabile frase, L’universo (che altri chiamano la Biblioteca) si compone di un numero indefinito, forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, cui fanno bordo basse ringhiere.

Tornando alle pagine di Cervantes si scoprono altre modalità di lettura: se le avventure di don Chisciotte divertono, appassionano, rallegrano, inteneriscono e talvolta rattristano, esiste un ulteriore livello di significato che ci conduce verso strade inesplorate e ricche di promesse di natura intellettuale. Michel Foucault così commenta nel libro sopra citato:

La sua avventura sarà decifrazione del mondo: un percorso minuzioso per rilevare sull’intera superficie della terra le figure che mostrano che i libri dicono il vero. La prodezza deve diventare prova: consiste non già nel trionfare realmente – è per questo che la vittoria è in fondo irrilevante – ma nel trasformare la realtà in segno. In segno attestante l’esatta conformità dei segni del linguaggio alle cose stesse. Don Chisciotte legge il mondo per dimostrare i libri.

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(Don Chisciotte contro i mulini a vento, visto da Gustave Doré)

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