Bob Dylan

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Bob Dylan

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(An American Legend)

(per mia figlia, con me ai concerti di Bergamo e Padova)

Chi si sia recato per tempo ad uno dei luoghi deputati alle manifestazioni musicali nelle nostre città, sia arena aperta al cielo stellato, sia vasto edificio coperto solitamente destinato ad ospitare attività sportive, e, trovato il proprio posto, si sia pazientemente disposto ad aspettare l’inizio del concerto, avrà provato un eccitato senso di sollievo, colmo di attese, quando finalmente le luci del palco si sono spente per qualche secondo, e il gruppo che avrebbe occupato alcune ore di quella serata prendeva posto. Essendo l’artista al centro dell’attenzione generale in quella occasione Bob Dylan, lo spettatore avrà udito il messaggio registrato che con voce stentorea introduceva il cantante e poeta americano nei termini di “una leggenda americana,” come riportato nel titolo qui sopra. Subito dopo la sua voce roca e inconfondibile e sempre sorprendente, nelle continue modulazioni di tonalità e di accento, avrà iniziato a creare le sue magie. Da quel momento in poi, per circa due ore, le emozioni non saranno mancate.

Le canzoni che lanciarono Dylan all’inizio degli anni sessanta, si riconoscono ora con un poco di fatica: solo intendendo le parole talvolta si indovina il titolo, perché l’autore di più di 500 canzoni ama travestire i testi con arrangiamenti nuovi. E’ bello cogliere i versi che ci ispirarono negli anni della sua e della nostra giovinezza, quando la sua presenza era come una guida che apriva il mondo meraviglioso dell’America, riascoltarne il fascino in vesti nuove: non solo il messaggio mantiene le sue attrattive, diviene, invero, più ricco e più significativo.

Bob Dylan divenne famoso perché sembrava denunciare con le parole giuste alcuni dei mali e delle perplessità del nostro tempo: l’assurda corsa all’armamento generalizzato (Masters of War); l’incomprensione generazionale, coltivata quasi con ostinazione invece di venire analizzata e disinnescata (The Times They Are A-Changing); le speranze sempre alimentate e costantemente deluse (Blowing in the Wind). Ma la parte di rivoluzionario portavoce internazionale era scomoda e limitata. In breve, l’ispirazione di Bob Dylan si liberò di etichette e di stereotipi, e il poeta si mise a cantare di intense visioni (la bellissima Visions of Johanna), di sogni di vita delicata e struggente (Chimes of Freedom, notevole la vibrante esecuzione durante le celebrazioni all’inizio della seconda amministrazione del presidente Bill Clinton, in un freddo pomeriggio di Washington), della solitudine e delle sconfitte delle creature (Like a Rolling Stone), delle fantasmagorie di personaggi ed avvenimenti nei vicoli dell’immaginazione (Desolation Row), di improbabili grottesche tragedie al limite del surrealismo (Lily, Rosemary and the Jack of Hearts). Preparando la colonna sonora del notevole film di Sam Peckinpah, Pat Garrett and Billy the Kid, (1973) Dylan scrisse uno degli inni più popolari e fortunati del nostro tempo, Knockin’ on Heaven’s Door.

BobDylan2 Bob Dylan performs in 2012

La produzione di Dylan è ormai così ricca, che si trovano facilmente brani adatti ad ogni ora del giorno, ad ogni umore o moto dell’anima. Forever Young, ispirata dalla nascita di un figlio, è un augurio che chiunque vorrebbe rivolgere alle nuove generazioni, perché possano vivere nella eterna giovinezza del cuore, libere dalle catene delle abitudini e dei pregiudizi. Oscar Wilde, che nei giovani vedeva l’unica speranza di un mondo corrotto, l’avrebbe amata; Herman Melville, il grande autore di Moby Dick, l’avrebbe capita subito. Invero, appena intesi il testo, la mente mi volò ad un breve appunto che Melville scrisse, in tarda età, e che fu ritrovato in un cassetto della sua scrivania, diversi anni dopo la sua morte: “Rimani fedele ai sogni della tua gioventù.”

Pare che questa canzone si possa applicare, senza mediazioni di sorta, alla vicenda stessa del cantante: la sua creatività non mostra segni di indebolimento. Bob Dylan, pur carico di un certo numero di decenni, non ha smesso di girare il mondo, portando ovunque la sua musica (memorabile la sua tappa a Bergamo in una sera di giugno fredda e piovosissima), approntando nel frattempo sempre nuove raccolte di notevole qualità testuale e musicale. Time out of Mind (1997) raggiunge profondità di introspezione lirica ed esistenziale di non poco conto in Not Dark Yet, nella quale il motivo del tempo che fugge inesorabile si incarna nel malioso verso, reso memorabile dalla voce che lo ripete con sfumature diverse ogni volta, “la tenebra non è ancora qui, ma sta arrivando.” Tryin’ to Get to Heaven ci ricorda che “quando si pensa di avere perduto tutto/si scopre che si può perdere ancora qualcosa.” Nel 2001 apparve l’album Love and Theft, di cui si dovrebbero citare tutti i brani, ma che qui mi limito a ricordare per l’avvincente High Water: fu uno dei ‘pezzi’ della serata bergamasca, e mai canzone fu più adatta al contesto. Nel 2006 fu Modern Times a sorprendere il pubblico, con Thunder on the Mountain, The Levee’s Gonna Break, Ain’t Talkin’. Dopo Together Through Life (2009), di cui segnalo almeno If You Ever Go to Houston, nel 2012 uscì quella che è, finora, l’ultima fatica di Bob Dylan, Tempest. La ballata che dà il titolo alla raccolta è una lunga rievocazione della tragedia del Titanic, rivissuta attraverso l’accettazione la disperazione l’eroismo la cattiveria di chi si trovava sulla nave destinata al naufragio: l’evento che sconvolse il mondo prende forma nella testa sognante della vedetta (the watchman) che dorme e vede lo svolgimento dell’inevitabile catastrofe. L’ultima canzone è un sofferto tributo alla memoria dell’amico di giovinezza John Lennon, assassinato da un fanatico a New York, davanti alla porta di casa, nella orribile sera dell’ 8 dicembre 1980, poco prima delle ore 11 pm. Confessò Dylan in una intervista a Rolling Stone nel settembre 2012: “Io e John avevamo la stessa età e avevamo ascoltato le stesse cose crescendo. Ad un certo punto le nostre strade si sono incrociate, entrambi abbiamo incontrato difficoltà. Questo ci ha accomunato. Vorrei che fosse ancora qui, perché potremmo parlare di molte cose ora.”

Talento multiforme, Bob Dylan dipinge e ha scritto un bel volume di memorie, Chronicles. Così ricorda, in una pagina del libro, il suo primo ingresso a New York in un rigido inverno, sconosciuto, senza molti mezzi, ma sostenuto da cosciente ambizione e dalla fiducia nel proprio talento:

Camminando per la Settima Avenue a Manhattan alle prime luci del giorno, si vedeva gente che dormiva nei sedili posteriori delle auto. Io ero fortunato ad avere un posto dove stare – persino la gente che viveva a New York talvolta non ne aveva uno. C’erano tante cose che non avevo, neppure una identità ben definita. “Sono un vagabondo, sono un giocatore d’azzardo. Sono molto lontano da casa.” Questo è quello che ero.

Tra le notizie, allora, era che Picasso, a settantanove anni, aveva sposato la sua modella di trentacinque anni. Caspita! Picasso non perdeva tempo a passeggiare per i marciapiedi affollati. La vita non gli era scivolata dalle mani. Picasso aveva inciso il mondo dell’arte e l’aveva aperto. Aveva operato una rivoluzione. Volevo fare come lui.

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