Diego Velázquez

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Diego Velázquez

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(1599 – 1660)

Quando, muovendoci tra le affascinanti e ricche aule del vasto museo del Prado di Madrid, arriviamo alla maestosa sala che ospita la grande tela Las Meninas proviamo dapprima un intenso moto di curiosità intellettuale che pare spingerci, noi osservatori, ad entrare, letteralmente, nel quadro; poi, dopo esserci familiarizzati con lo spazio che il quadro evoca con una perizia tecnica che ha pochi eguali al mondo, la curiosità cede alla vertigine della mente, che non solo si chiede cosa invero stia contemplando, ma anche quale sia il tema della composizione, e se il punto di vista corretto per comprendere l’opera sia fuori o dentro l’opera, o simultaneamente fuori e dentro, o in un luogo mentale che non è né all’interno né all’esterno della cornice. Las Meninas, che traduciamo come “Le damigelle d’onore”, pare presentare a chi intenda prestare fede al titolo, l’infanta Margarita insieme con la sua piccola corte deputata al suo servizio: le giovani addette alla cura del corpo e degli abiti, la religiosa che attende all’aspetto spirituale, il nano che deve sapere divertire, il cane. Ma subito questo tema appare insoddisfacente: il gruppo dell’infanta e delle meninas è in posa per il piacere e per l’orgogliosa soddisfazione di qualcun altro: il gruppo deve allietare gli occhi dei regnanti, il re Filippo IV e la regina Mariana, che si vedono un poco sfocati, nello specchio che sembra aprire una breccia imprevista e quasi inquietante sul fondo del quadro. Allora, pensiamo, tutta l’opera è un omaggio cortese e solenne alla regalità, che è talmente al di sopra della comune esperienza di chi ne contempla il fasto, che per ragioni di rispetto è lasciata fuori dai confini dell’opera; essa la degna soltanto con una presenza che è quasi un’assenza, il riflesso opaco della propria augusta immagine nello specchio della parete lontana.

Come in una sacra rappresentazione la ragione ultima del rituale è fuori del rituale, ogni atto vi tende ma senza sperare di fare parte della sua essenza; allo stesso modo che il dio che viene celebrato o invocato è sempre comunque al di là di qualunque parola di lode o di preghiera, similmente la regalità a cui si rende omaggio è al di sopra del livello dei celebranti, accetta le forme di rispetto, ma rammenta sempre e  comunque l’altrui ruolo subalterno.

La nostra mente vacilla.

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E quel gentiluomo nel vano illuminato della porta accanto allo specchio che vela e rivela i regnanti, chi è, entra od esce o sosta dove lo spazio chiuso della sala si apre verso l’ignoto alle sue spalle? Forse una parte della rappresentazione è stata organizzata per lui, che ha appena avuto un incontro con il sovrano, o, chissà, giunge proprio ora per conferire riguardo ad affari di peso non indifferente. Ci chiediamo, nel nostro sbigottimento crescente, se la porta si è aperta proprio ora, per un caso eccezionale, e se l’uomo si è arrestato sorpreso o perplesso, o se addirittura gli è stato ordinato di spostare il tendone, là oltre la porta ove sono i gradini, per permettere alla luce di disperdere un poco la semioscurità che avvolgeva il fondo della sala. Allora il gentiluomo non è un osservatore, casuale o meno, ma un importante elemento strutturale del quadro: che sia lui la ragione compositiva di questa opera?

La luce del quadro pare infatti avara, entra solo da una grande finestra a destra di cui si vede soltanto lo stipite chiaro,  e illumina di traverso la superficie della tela: se non ci fosse, di supporto, il chiarore del fondo, la composizione rischierebbe di sfrangiarsi nell’invadenza minacciosa delle tenebre che gli angoli della sala promettono.

Ma la luce che si spande dalla finestra posta a destra, accarezza l’ultima figura su cui il nostro occhio si posa, catturato come da una malia invincibile: dietro una grande tela che taglia di sbieco la partre sinistra del quadro, l’artista si sporge e osserva con occhio attento il tema che sta sviluppando sulla superfice a noi nascosta, la vera (forse) composizione di quel momento, ovvero il ritratto dei regnanti. Possono essere gli ultimi tocchi o l’inizio della fatica. Allora il soggetto di questo quadro è il pittore al lavoro, intento a dipingere la coppia reale mentre la figliola e la sua corte sono giunte in visita per portare un poco di sollievo alle lunghe vuote ore d’immobilità dei modelli.  L’infanta e las meninas sono solo un dettaglio, ci diciamo, sfruttando il quale Velázquez in realtà ci mostra la genesi dell’opera, di ogni opera, cioè l’artista alle prese con il suo soggetto: è la nascita di un quadro all’interno di un altro quadro, quest’ultimo composto dei rigidi rituali della vita di corte, che è cornice di quello che sta venendo alla luce su rovescio della tela:  l’opera a cui l’artista ha posto mano è a noi nascosta, elusiva:  parlerà, avvolta nella sua luce che vela e rivela, a chi saprà intenderne la lingua e la struttura e l’armonia.

La nostra mente sta per ricevere un ultimo scossone: il nostro pensiero, quasi indipendente dalla nostra volontà, è corso ad una conclusione inaspettata e sconvolgente: l’artista non sta dipingendo il ritratto dei sovrani, lontani come abbiamo già visto dalla scena, né sta ricreando le fattezze dell’infanta e delle sue damigelle, pur avendo loro donato l’onore del titolo: come potrebbe, trovandosi alle loro spalle? Velázquez si sta rivolgendo a noi, gli osservatori, e ci fa testimoni e partecipi dell’atto compositivo, aprendo  il quadro fino ad includerci. Infatti non c’è nessuna parete in primo piano che chiuda la scena, anzi, se seguiamo le linee prospettiche ci accorgiamo che lo spazio figurativo si apre, prosegue oltre la cornice, ci abbraccia e ci cattura: noi che ci chiedevamo se eravamo dentro o fuori o in altro luogo, siamo infine entrati nella composizione quasi fossimo noi i protagonisti o i modelli in posa, tanto che ci pare che basterebbero pochi passi discreti e, senza recare disturbo, potremmo sporgerci oltre il bordo della grande tela che ci da le spalle e vedere l’opera che ci è celata, che forse ci raffigura, e allora ci congratuleremmo con l’artista per la sua maestria, forse apprenderemmo qualcosa della nostra personalità, del mistero del nostro vagare tra le ombre del mondo.

La magia del quadro non ci lascia, sostiamo e sostiamo davanti a queste forme e a questi colori e non vogliamo allontanarci. Lo sguardo intento di Velázquez ci studia e ci scruta, pare verificare se le suggestioni che ha creato sono davvero fonte di meraviglia per lo spettatore che si è affidato alla sua guida: sì, maestro, staremo ancora a lungo in tua compagnia, e sicuramente torneremo a contemplare Las Meninas anche nelle tante sue riproduzioni,  e nella nostra memoria, forse in una nuova visita al Prado, perché questo quadro ha incredibilmente arricchito la nostra visione del mondo.

 

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