Dino Campana

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Dino Campana

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(1885 – 1932)

Fioriva la poesia in Dino Campana come dono della vista. Le più intense delle sue percezioni liriche sono nutrite delle immagini vivissime che i suoi occhi registravano e che la sua sensibilità artistica ricreava nelle cadenze maliose dei suoi Canti Orfici: “Nel tepore della luce rossa, dentro le chiuse aule dove la luce affonda uguale dentro gli specchi all’infinito fioriscono sfioriscono bianchezze di trine”; “Io vidi dalle solitudini mistiche staccarsi una tortora e volare distesa verso le calli immensamente aperte”; “Io vidi dal ponte della nave / I colli di Spagna / Svanire, nel verde”; “Mi ero alzato. Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalle sue tende l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio.” Anche tante altre sensazioni si risolvono spesso in plastica sinestesia che riconduce il suono al colore: “E si distingue il loro verde canto.”

La natura sensitiva fragile e irrequieta di Dino Campana, sfibrata da morbosa nevrastenia, trova sollievo creativo nello sguardo libero. Dal moto degli occhi che bevono lo spettacolo, acuti afferrando ogni dettaglio, nascono le immagini di una poesia dal timbro personalissimo, che piega le forme e la sintassi alle linee prospettiche del disegno che si è formato nella mente. La poesia si scioglie indifferentemente in versi o in prosa lirica, sempre in ritmi sicuri, in cui il continuo colloquio del poeta con se stesso assume lo splendore della pietra preziosa che ha lasciato dietro di se le scorie del sasso da cui è emersa.

Non so di che specie egli fosse”, – annotò Emilio Cecchi, principe della critica e della saggistica italiane del Novecento, che come al solito coglie nel segno – “se superiore o inferiore alla comune nostra; certo è ch’ era di altra specie.” Forse la sua vista eccezionalmente sensibile può spiegare in parte la peculiarità della sua arte. Si consideri il seguente brano da La giornata di un nevrastenico:

(Notte) Davanti al fuoco lo specchio. Nelle fantasmagorie profonde dello specchio i corpi ignudi avvicendano muti: e i corpi lassi e vinti nelle fiamme inestinte e mute, e come fuori del tempo i corpi bianchi stupiti inerti nella fornace opaca: bianca, dal mio spirito esausto silenziosa si sciolse, Eva si sciolse e mi risvegliò.

Gli occhi creano intorno al poeta un affollamento di forme umane, in cui il riposo che dona alla contemplazione il trascolorare del tempo nel suo trascorrere lento, regolare, ineluttabile, diventa impossibile. Non armonia di mollezze femminili e di muscoli tesi in palpitante abbraccio, ma pressione da tutti i lati di bianche carni torpide e grevi pur nell’ondeggiare delle forme, moltiplicate in mille atti che tutti si svolgono sincronici come fossero colti e riflessi in tanti specchi qui ed ora, e lo spirito rimane attonito e subissato, neppure più in grado di suggerire un moto di ripulsa o di preghiera o di disgusto.

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(pagine autografe di Dino Campana)

In questo doppio movimento della vista che sa mettere a fuoco la natura delle cose e allo stesso tempo comprime le storie umane nell’atto percettivo di un secondo, se Dino Campana da un lato seguì i modi della sua natura artistica, dall’altro conobbe la confusione della mente, restandone indifesa vittima. Scrisse il dottor Pariani che lo curò: “ I colloqui con Dino Campana fanno sapere appieno il disastro della sua mente. Lo occupano deliri di influssi a distanza per mezzo della elettricità, del magnetismo, della telepatia, dell’ipnotismo, del medianismo evocatore di anime disincarnate; i quali influssi oltre produrre effetti straordinari individuali suscitano terremoti, guerre, epidemie, resurrezioni, cataclismi.”

Ma noi ricordiamo i versi che plasmano le cose e le ricreano in bellezza grazie alle pennellate sicure ed essenziali dei maestri (come immaginiamo sarebbe capace di fare il Veggente di Arthur Rimbaud), e in virtù della loro forza e della loro chiarezza riusciamo anche ad intendere l’ombra delle ebbrezze ineffabili e insostenibili che spezzarono l’equilibrio di Dino:

Pace non cerco,guerra non sopporto

Tranquillo e solo vo pel mondo in sogno

Pieno di canti soffocati. Agogno

La nebbia ed il silenzio in un gran porto.

*

In un gran porto pien di vele lievi

Pronte a salpar per l’orizzonte azzurro

Dolci ondulando mentre che il sussurro

Del vento passa con accordi brevi.

*

E quegli accordi il vento se li porta

Lontani sopra il mare sconosciuto.

Sogno. La vita è triste ed io son solo.

*

O quando o quando in un mattino ardente

L’anima mia si sveglierà nel sole

Nel sole eterno, libera e fremente.

E’ imprescindibile, per catturare il sapore della vita e dell’arte di Campana, il ricco e appassionato libro che il romanziere italiano Sebastiano Vassalli ha dedicato al “poeta pazzo” di Marradi (il borgo privo di particolari attrattive tra Firenze e Faenza dove Dino ebbe la ventura di vedere la luce), intitolato La notte della cometa, pubblicato da Einaudi nel 1984, e in anni seguenti in nuove edizioni. Inizia proprio nel paese natale di Dino Campana, dove Vassalli si recò per sostare nell’albergo, forse nella medesima camera, chissà, dove si amarono Dino e Sibilla Aleramo nella notte di Natale dell’anno 1916: delicato, struggente omaggio dell’artista contemporaneo ai Mani dell’artefice di ieri, per sentire la presenza dello sfortunato poeta ad inizio dell’opera a lui dedicata. Il romanzo-inchiesta insegue e ricrea la vicenda artistica sicuramente unica di Dino, tra le incomprensioni della sua gente e le intuizioni della sua arte e i ricoveri negli istituti di detenzione psichiatrica e gli sprezzi del mondo culturale fiorentino (Ardengo Soffici addirittura perse o finse di perdere il manoscritto di Canti Orfici, tanto che Dino dovette ricrearlo a seguito di un disperato e quasi miracoloso sforzo della memoria). Confessa Vassalli: “Ma se Dino Campana non fosse esistito io ugualmente avrei scritto questa storia e avrei inventato quest’uomo meraviglioso e ‘mostruoso’, ne sono assolutamente certo. L’avrei inventato così.”

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(Articolo di Oreste Del Buono su Dino Campana)

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