La voce di un rivoluzionario

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

La voce di un rivoluzionario

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Fidel Castro

Alcuni anni or sono, nel corso di un viaggio-soggiorno tra la costa orientale e quella occidentale degli Stati Uniti d’America, durante il quale le scoperte e le emozioni derivanti dalle meraviglie del paesaggio si alternavano con il fervore suscitato dagli stimoli culturali che gli ambienti di San Francisco e di New York non cessano di offrire, quelli cui io chiamo primo de li miei amici mi parlò con passione e simpatia di un libro che era stato da poco pubblicato in lingua castigliana: si trattava di un grosso volume di più di 600 fitte pagine a cura del direttore del prestigioso mensile Le Monde Diplomatique, Ignacio Ramonet, che aveva impegnato oltre cento ore di conversazioni con una figura tra le più discusse e controverse della storia contemporanea, Fidel Alejandro Castro Ruz, più noto come, semplicemente, Fidel Castro. La copertina di quel notevole tomo mostrava un uomo ormai anziano, capelli e barba più bianchi che grigi, di aspetto autorevole, le mani appoggiate sul piano della scrivania dietro la quale sedeva, in atto di comunicare qualcosa ad un interlocutore fuori inquadratura (il lettore possibile dell’opera?); dietro la schiena diverse robuste mensole erano occupate da telefoni (in basso, facilmente raggiungibili), e più in alto, fatto piuttosto insolito per l’iconografia di un esponente della sfera politica, da libri disposti in file che indicavano la lettura piuttosto che l’arredamento. Il bianco busto di un eroe ispiratore della storia cubana, José Martí, intellettuale e combattente e martire, suggeriva il passaggio di nobili ideali da una generazione all’altra. Titolo del libro, Biografía a dos voces (Biografia a due voci, in italiano). Così si apre l’introduzione di Ramonet:

Suonavano le due della mattina e parlavamo da ore. Ci trovavamo nel suo studio personale. Una grande stanza austera, con soffitto alto e finestroni (ventanales) addobbati con tende di colore chiaro che danno su una grande terrazza donde si scorge uno dei viali principali di L’Avana. Una ricchissima libreria sul retro e un’ampia solida scrivania colma di libri e di carte. Tutto bene ordinato. Sulle mensole o sui tavolini ai due lati di un divano: una statua in bronzo e un busto dell’”apostolo” José Martí, una statua di Simón Bolívar [eroe dell’indipendenza dell’America spagnola, riverito già da Lord Byron], un’altra di Sucre [generale venezuelano e primo presidente costituzionale della Bolivia] e un busto di Abraham Lincoln. In un angolo, realizzata in filo di ferro, una rappresentazione di Don Chisciotte in sella a Ronzinante.

castro a dos voces

Spesso un ambiente reca le tracce di una personalità: leggendo il libro ci si accorge che gli oggetti nello studio non hanno soltanto una funzione decorativa, in questo caso pare quasi che le cose vogliano trasmettere alcune caratteristiche di chi abita quello spazio, quali la dedizione all’impresa, la venerazione degli ideali che sono considerati nobili, l’impegno irriducibile a trasformare i sogni in tangibili risultati. Se ne ha conferma a pagina 362 dell’opera, quando si legge la risposta di Fidel Castro alla seguente osservazione del suo intervistatore:

  • Lei continua ad essere un incorreggibile sognatore.

  • I sognatori non esistono, glielo dice un sognatore che ha avuto il privilegio di vedere realizzate cose che neppure era stato capace di sognare.

In 26 capitoli di varia lunghezza Ramonet accompagna il capo (anzi, el líder, come si suole dire nell’isola) della repubblica socialista di Cuba nella rivisitazione della sua vicenda personale, che diviene, oltre un certo punto temporale, tanto pubblica da non distinguersi più dalla trama di tanti accadimenti degli ultimi sessanta anni della storia del mondo. L’accattivante stile colloquiale alterna vivacemente ricordi e testimonianze e quadri di vita anche drammatica, con riflessioni interpretative che non paiono dettate soltanto dal (forse inevitabile) tratto retorico noto come Cicero pro domo sua (risolto, nella cultura popolare, facendo interagire l’acqua con i mulini e con opere varie di canalizzazione), ma da un riesame appassionato di un’ avventura sentita come esaltante, per quanto criticata e, perché no, criticabile. Il lettore giunge a vedere, ascoltando la voce di Fidel Castro (anche letteralmente, poiché il libro è dotato di un disco DVD che riassume i temi della intervista-fiume), episodi e figure di innegabile importanza politica e sociale e storica. E’ rievocato il fallito attacco alla caserma Moncada del 26 luglio 1953, il primo atto di guerriglia organizzato da Castro, in seguito al quale fu catturato e imprigionato; rivivono i mesi dell’esilio in Messico, caratterizzato dall’addestramento militare e dall’incontro con Ernesto Guevara, subito soprannominato “Che” dai cubani per il tipico vezzo argentino di ripetere quell’interiezione; lo sbarco a Cuba a bordo del battello Granma e l’inizio della guerra di guerriglia contro la dittatura del corrottissimo e spietato Fulgencio Batista; il trionfo rivoluzionario e l’entrata di Castro a L’Avana l’8 gennaio 1959, ove pronuncia il discorso “Las palomas (“Le colombe”); i primi passi del nuovo regime, le difficoltà, le sfide, gli attacchi contro l’isola culminati con la crisi dell’ottobre 1962, allorché Cuba divenne il fucro dell’altissima tensione tra gli Stati Uniti del presidente John F. Kennedy e l’Unione Sovietica del segretario del PCUS Nikita Krusciov. Il volume si chiude con un capitolo che si intitola “Después de Fidel, ¿qué?” (“Dopo Fidel, cosa?”), perché anche i personaggi che sembrano più grandi della vita devono infine fare i conti con la morte.

Non è necessario condividere un’ideologia perché si senta interesse sincero per personalità e temi della storia: la passione interpretativa ci sa guidare tra le tante posizioni che si offrono alla nostra considerazione. L’analisi sarà più equanime quando ci sorgerà priva delle angustie ermeneutiche causate dai paraocchi degli stereotipi e dalle storture dei pregiudizi.

Pare bene terminare con un paio di passi scelti dal libro che bene fanno sentire il calore umano di Fidel Castro, e l’ansia preoccupata per le sorti del pianeta, che comunque rifugge da qualsiasi forma di disfattismo. Il primo ricrea il senso di sgomento in seguito alla notizia della morte del Che:

Per qualcuno, ci sono persone che non sono mai morte [Hay personas que, para uno, no murieron]; posseggono una presenza così forte, così potente, così intensa che non si sa concepire la loro morte, la loro scomparsa. Soprattutto per la loro continua presenza nei sentimenti e nei ricordi. Noi, non solo io, ma tutto il popolo cubano, abbiamo sofferto in maniera straordinaria alla notizia della sua morte, per quanto non fosse inattesa.

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Il secondo è una considerazione sulla sorte, appesa ad un filo sottile ormai, dell’umana avventura:

Bisogna disperare dell’essere umano? O ancora possiamo conservare un poco di speranza nella sua capacità di arrestare la corsa verso l’abisso?

Beh, sappiamo ciò che accade. Dal mio punto di vista, non c’è compito più urgente che creare una coscienza universale, portare il problema alla massa dei miliardi di uomini e donne di tutte le età, inclusi i bambini, che popolano il pianeta. Le condizioni oggettive e le sofferenze cui è soggetta la grande maggioranza creano le condizioni soggettive per tale compito. Tutto è in relazione: analfabetismo, disoccupazione, povertà, fame, malattie, mancanza di acqua potabile, di viveri, di elettricità; desertificazione, cambiamento del clima, scomparsa delle foreste, inondazioni, cicloni, siccità, erosione del suolo, biodegradazione, epidemie e tragedie altrettali che Lei conosce molto bene.

Quali risultati abbiamo raggiunto dopo il Convegno di Rio del 1992? Quasi nessuno. Anzi. Mentre il Protocollo di Kyoto è vittima di un arrogante boicottaggio, le emissioni di anidride carbonica, lungi dal diminuire, sono cresciute del 9 per cento; e nel paese che più inquina – gli Stati Uniti – del 18 per cento! I mari e i fiumi sono oggi più avvelenati che nel 1992; quindici milioni di ettari di foreste vengono devastati ogni anno, quasi quattro volte la superficie della Svizzera…

La società umana ha commesso errori sesquipedali e continua a commetterli, ma io sono profondamente convinto che l’essere umano è in grado di concepire le idee più nobili, di albergare i sentimenti più generosi e, superando i potenti istinti che la natura gli ha imposto [superando los poderosos instintos que la naturaleza le impuso], è capace di dare la vita per ciò che sente e pensa. Così ha dimostrato molte volte nel corso della storia.

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(Fidel Castro nella Sierra Maestra)

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