Franz Kafka

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Franz Kafka

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(1883 – 1924)

Una mattina, risvegliandosi da sogni inquieti, Franz Kafka si trovò mutato in uno scrittore. Sapeva che era una trasformazione mostruosa, forse confusamente ricordò una poesia di Charles Baudelaire, in apertura della sua raccolta I fiori del male, che si intitola, per ironica antifrasi, Benedizione:

Quando, per decreto delle supreme potenze,

Il Poeta sorge in questo mondo di tedio,

Sua madre, atterrita imprecando fuori di sé,

Serra i pugni levandoli a Dio, che ne ha pietà.

Quella madre maledice i piaceri effimeri della notte in cui il suo ventre concepì il frutto della sua vergogna e giura di allevarlo tra i tormenti. E’ difficile trovare immagini e parole più spietate e desolate di quelle di Baudelaire per significare l’opposizione radicale tra l’artista e la società dei commerci e dei profitti.

Da quella mattina Franz Kafka si sentì condannato a percorrere i labirinti tortuosi e sconosciuti della più recondita natura umana, al fine di raccontarli. Evocò storie e atmosfere talmente nuove e inaspettate che il suo nome diede origine all’aggettivo che ora è moneta corrente in tante lingue, “kafkiano”, che è usato, e forse compreso, anche da chi non ha mai letto una pagina dello scrittore che fiorì nella magica città di Praga, all’inizio del XX secolo. Creò romanzi con protagonisti accusati, senza intenderne la ragione, da un tribunale elusivo e onnipotente (Il processo); costruì racconti in cui macchine meravigliose e spietate scrivono la condanna sul corpo del suppliziato (Nella colonia penale); scrisse una delle più inquietanti metafore dell’attività dello scrittore, che scava nella sua oscura interiorità, facendo parlare una misteriosa creatura sotterranea che allunga, tra mille astuzie e meticolosi progetti, le gallerie della sua dimora sotterranea per sottrarsi ai predatori (La tana); compose lettere e lettere ad amici, a donne con cui ebbe relazioni che solo lui poteva concepire, quella famosa e terribile al proprio padre, allo stesso tempo atto di accusa e di impietosa auto-analisi; tenne diari.

In un passo di una lettera a Felice, con cui provò ad accarezzare l’idea del matrimonio, diede una tra le migliori descrizioni di se stesso come scrittore, meraviglioso “inquilino delle cantine”, come si espresse Elias Canetti recensendo il grosso tomo delle lettere di Kafka a Felice Bauer, pubblicato nel 1967:

Una volta mi hai scritto che vorresti starmi vicino mentre scrivo, pensa però che non potrei scrivere … Scrivere significa aprirsi fino all’eccesso … Perciò quando si scrive non si può mai essere abbastanza soli, quando si scrive non si può mai avere abbastanza silenzio intorno, la notte è ancora troppo poco notte. Perciò non si può mai avere a disposizione abbastanza tempo perché le vie sono lunghe ed è facile deviare … Ho già pensato più volte che il mio migliore tenore di vita sarebbe quello di stare con l’occorrente per scrivere e una lampada nel locale più interno di una cantina vasta e chiusa. Mi si porterebbe il cibo, lo si poserebbe sempre lontano dal mio locale, dietro alla più lontana porta della cantina. La strada per andare a prendere il pasto, in veste da camera, passando sotto le volte della cantina, sarebbe la mia unica passeggiata. Poi ritornerei alla mia scrivania, mangerei lento e misurato e riprenderei subito a scrivere. Chissà quali cose scriverei! Da quali profondità le farei sorgere!

Da quelle profondità, di cui Franz Kafka intravide le paurose bocche d’ingresso al momento del possibile risveglio immaginato all’inizio di questo articolo, un giorno nacque il racconto di Gregor Samsa, che destandosi da sogni inquieti (unruhigen, nell’originale tedesco), si trovò mutato in un insetto dalle mostruose dimensioni (ungeheuren): è l’inizio del celebre racconto La metamorfosi, per cui tutti gli aggettivi del vocabolario tradizionale perdono di pregnanza. E’, invero, un miracolo kafkiano.

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Uno dei miei più cari ricordi è il pellegrinaggio che feci, a Praga, alla tomba dello scrittore. Accadde in un giorno grigio, freddo e ventoso, all’ora in cui la gente cerca un ristorante. Io decisi di impiegare quelle ore per rendere omaggio a Franz Kafka. Lasciai la compagnia, presi la metropolitana e scesi alla stazione che una guida mi aveva indicato come la più vicina al Nuovo Cimitero Ebraico. Un passante mi indicò la direzione da seguire. Riconobbi in breve la muraglia di un cimitero, e costeggiandola raggiunsi l’ingresso. Sapevo soltanto che avrei dovuto prendere il sentiero ghiaioso sulla destra e dopo circa duecento metri avrei trovato il luogo. Seguii alla lettera quelle magre indicazioni e mi ritrovai tra centinaia di tombe, nessuna recante il nome che cercavo. Non c’era gente, non c’erano segnali, ero circondato dai sepolcri e dai rumori ovattati della città là fuori. Camminai, camminai, pensando ad atmosfere, appunto, kafkiane. Il cimitero si stendeva immenso, silenzioso, inquietante; mi sorse alla mente l’immagine dell’ago nel pagliaio, fui sul punto di rinunciare, ma continuai a camminare, stanco, affamato ora, in compagnia della mia pallida ombra. Improvvisamente udii delle voci di bambini: vicino ad un altro ingresso giocavano a nascondino tra le tombe (ah, Kafka!). Chiesi anche a loro, risero imbarazzati, non sapevano. Proseguii. Scorsi un gruppo di persone più lontano: di sicuro, mi confortai, saranno devoti turisti sulla tomba di quel grande. Non era così. Mi dissi: davvero ti aspettavi che Franz Kafka attraesse moltitudini? Avanti, avanti. Mi ritrovai infine vicino al casotto del guardiano. Un uomo in uniforme. Feci ricorso al mio tedesco miserello: lui parlava ceco e un poco di tedesco. Ma sapeva. Compresi che ero nel cimitero sbagliato. Gerade! Gerade!, mi ripeté, Più avanti!, altri dieci minuti almeno, un altro ingresso, poi al di là di un incrocio, il cimitero che cercavo. La guida mi aveva fornito indicazioni errate, avrei dovuto lasciare la metropolitana ad un’altra stazione. Così proseguii, percorsi sentieri e attraversai strade, poi, finalmente, la meta. Volsi a destra dopo l’entrata, camminai per almeno altri quattrocento metri, ma fu l’ultimo sforzo: Dr. Franz Kafka, diceva l’iscrizione sul cippo funerario. Rimasi qualche minuto, sentendo che i nodi intricati del mondo lentamente si scioglievano. Una felicità sommessa, conscia, meritata, mi riempiva le membra. E mi dissi infine, E’ ora di tornare, è tardi.

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