Bruce Springsteen

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Bruce Springsteen

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(The Boss)

Ci sono artisti, tanto rari quanto preziosi, che sanno suggerire e incoraggiare in modo spettacolare due aspetti della nostra risposta emotiva all’arte che sembrano, in apparenza, contraddittori, tali che l’uno escluda necessariamente l’altro: intendo lo stato meditativo di introspezione che il messaggio artistico ci invita a tentare in solitudine, per vivere tante valenze della vera profondità comunicativa che sa rivelarci campi nuovi della nostra persona; e quello di attivi partecipanti di una collettività che ci ingloba senza cancellarci od omologarci, stato difficile e di non lunga durata, nel corso del quale ci diviene possibile condividere emozioni e sentire fratellanza di affetti: in alcune cerimonie religiose se ne ha la più eclatante manifestazione. Anche in altre occasioni questi due aspetti, invece di annullarsi reciprocamente, si fondono senza confondersi, e alimentano e arricchiscono la nostra esperienza. I luoghi eletti per tali emozioni che sanno inebriare sono, nel nostro tempo, soprattutto i concerti che richiamano coloro che amano quella che i Romantici consideravano la più eterea delle arti, sia nella sua veste classica che distende le sue armonie nelle sale severe dei teatri, che nelle elettrizzanti cadenze del rock ‘n’ roll, alle quali è impossibile rimanere indifferenti.

Bruce Springsteen, l’eterno ragazzo del New Jersey, – che da decenni compone canzoni che non smettono di rivelare la ricchezza della sua persona e il suo dono di parlare alla gente intendendola e facendosi intendere, e percorre il mondo con la sua leggendaria E Street Band che nemmeno le recenti scomparse di Danny Federici (tastiere) e Clarence Clemons (Big Man del sax tenore) hanno sgretolato,- è tra coloro che sanno realizzare la speciale condizione accennata in apertura di questo articolo. Non appena la sua inconfondibile figura sale sul palcoscenico e la sua voce saluta il pubblico, l’incanto erompe e sulle note calde e sfrenate e rimbombanti ed elegiache e memorabili delle sue canzoni la serata si accende, il tempo è un altro.

La sera del 3 giugno 2013 Springsteen si è esibito allo stadio di San Siro a Milano, uno dei luoghi più amati dall’artista, e ha offerto ai circa 60.000 spettatori uno spettacolo di qualità e coinvolgimento emotivo eccezionali. L’autore fa volentieri a meno delle scalette (supportato in questo da un gruppo di musicisti in grado di improvvisare), e in un esilarante continuo confronto con il pubblico ha ripetutamente raccolto gli inviti che gli giungevano dalla gente, raccogliendo i titoli richiesti, mostrandoli alla Band, eseguendoli. Ha dato così vita ad una appassionante American Land, e, sorpresa (ma come non aspettarne quando il Boss è in scena?), una riedizione di un classico del rock ‘n’ roll, Good Golly, Miss Molly, di Little Richard, il musicista che scrisse uno dei pezzi più celebri del rock, Tutti Frutti. Per rendere omaggio al suo primo concerto di San Siro (1985), Springsteen ha suonato tutte le canzoni del suo album più famoso, Born in the USA, presentando la sua decisione in italiano al pubblico italiano.

Titoli si sono susseguiti a titoli, fino al trascinante Twist and Shout, scritta dal gruppo americano The Isley Brothers e portata in seguito ad ulteriore successo dai Beatles: nella versione della serata Springsteen ha fatto scatenare gli ottoni. Fino al solo finale (chitarra acustica, voce e armonica) Thunder Road.

bruce & steve

Cosa può insegnare il rock, tanto condannato e vilipeso da chi “ben pensa” (ma non altrettanto bene agisce), pensavo tra me mentre la musica rimbombava e lo sguardo si distendeva talvolta, come a prendere fiato, oltre gli spalti dello stadio e discerneva la sagoma del Duomo appena tremolante nell’aria della sera, con la dorata statua della Madonnina che brillava sulla cupola? Ho ricordato allora alcune parole che Bruce Springsteen pronunciò nel corso di un’intervista del 1995, e che qui riporto:

A riguardo della musica alternativa, a volte penso al globale influsso corporativo di ogni cosa, e come questo pesi sui tuoi processi mentali. Come fai a trovare un tuo spazio quando sei continuamente bombardato da stupide informazioni di cui non hai assolutamente bisogno? Quella che vedi in televisione è un’immagine falsa della vita di tutti i giorni. Se guardi la televisione, sei violentato ogni giorno. Quello che la gente sente, sono le dita di altra gente schiacciate sul proprio cervello. Questo è un soggetto vitale che scorre attraverso molta della musica alternativa. E lo sento anch’io. Ci deve essere una voce che si alza contro questo tentativo di cooptare il tuo spazio mentale. Ogni cosa è pre-confezionata e ti viene venduta come fosse un oggetto desiderabile. Allora come fai a capire chi sei, trovare il vero te stesso? Questo è lo scopo della musica rock degli anni Novanta.

Sono diventate allora più ricche e più vere le parole dalla canzone finale del concerto, Thunder Road: ho provato gioia e assorta riflessione (sì, allo stesso tempo), mentre Springsteen le cantava e io le assaporavo con nuova attenzione:

So you’re scared and you’re thinking

That maybe we ain’t that young anymore

Show a little faith, there’s magic in the night

You ain’t a beauty, but hey you’re alright

Oh and that’s alright with me.

E hai paura e pensi

Che forse siamo già invecchiati

Ma abbi fiducia, c’è magia in questa notte

Non hai più vent’anni, ma va bene così

Davvero, va bene così.

SPRINGSTEEN

The E Street Band

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