Pier Paolo Pasolini

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Pier Paolo Pasolini

pasolini pensoso

(1922 – 1975)

Scrisse Alberto Moravia, commemorando la scomparsa del carissimo amico, dialogando e polemizzando con il quale cercò di spargere la luce della ragione e del rigoroso impegno a comprendere su alcuni degli anni più bui della recente storia del nostro Paese: “Pier Paolo Pasolini è il maggiore poeta italiano di questa seconda metà del secolo. Un poeta non vale più di un altro. Ma Pasolini ha detto più cose e più importanti e con più forza degli altri.”

Pier Paolo fu poeta, soprattutto e nonostante tutto, romanziere, saggista polemico e passionale, veemente critico sociale, regista cinematografico, lucido critico letterario dalla profonda preparazione filologica. Ricordo, al tempo dei miei diciotto-diciannove anni, l’attesa eccitata per l’edizione del lunedì del Corriere della Sera, il quotidiano che pubblicava gli articoli del poeta, poi raccolti nel volume postumo Scritti corsari. Pasolini interpretava e condannava lo stupefacente progresso economico dell’Italia del dopoguerra, che aveva portato un benessere senza precedenti nel nostro paese, e insieme lo svuotamento spirituale, il tradimento e l’oblìo della tradizione contadina italiana, umile paese retto fino ad allora da una parsimonia spesso gretta, certo, ma dal suono vero. Le lotte di Pasolini contro il consumismo e la corruzione politica e sociale furono appassionate. Ancora sento l’emozione di un tempo quando rileggo le prime righe dell’articolo “Che cos’è questo golpe?” del 14 novembre 1974:

Io so.

Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).

Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.

Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.

Memorabile fu anche l’intervento apparso l’1 febbraio 1975 sotto il titolo “Il vuoto del potere in Italia”, divenuto poi noto come “l’articolo delle lucciole”:

Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più.

pasolini alla scrivania

Sul sottofondo di questa scomparsa, Pasolini analizzava i disastri di trent’anni di regime democristiano. (Mi sia consentita una parentesi intesa ad acquietare il Mane dello scrittore, il cui povero corpo giace nel piccolo cimitero di Casarsa, schermato dai cipressi che lo rivelano e lo separano dai campi di granturco e dalle rogge del suo Friuli: le lucciole sono ritornate. Le rividi con sorpresa e con gioia una sera mentre seguivo un buio viottolo di campagna tra alberi e lenti dirupi, in compagnia di persona amata: mi precedettero d’un subito in volo irregolare e imprevedibile, accendendosi e spegnendosi, riempiendo l’animo di stupore e di gioia infantile.)

Due tra i più importanti libri di poesia della seconda metà del Novecento, portano il nome di Pier Paolo Pasolini, intendo Le ceneri di Gramsci e La religione del mio tempo, che reinventano il canto di intento civile e insieme ricreano il passato e il presente di un paese e di un uomo, evocandoli con il calore struggente e definitivo della lirica più intensa.

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

con cieche schiarite. . . questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio . . . Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio.

(da Le ceneri di Gramsci)

Dove vai per le strade di Roma,

sui filobus o i tram in cui la gente

ritorna? In fretta, ossesso, come

ti aspettasse il lavoro paziente

da cui a quest’ora gli altri rincasano?

E’ il primo dopocena, quando il vento

sa di calde miserie familiari

perse nelle mille cucine, nelle

lunghe strade illuminate,

su cui più chiare spiano le stelle.

(Serata romana, da La religione del mio tempo)

pasolini e libreria

 Potrebbero moltiplicarsi le citazioni, e altre gemme e altre ancora resterebbero escluse: ci perderemmo tra le malie musicali e di contenuto di una poesia forte, sicura, l’espressione di una personalità che dal magma sordo e ribollente del vissuto trae il momento essenziale e lo splendore accorato sì, ma formato con cura, e rigenerato nel canto.

La produzione più tarda di Pier Paolo perde rigore e pregnanza: il poeta ben lo riconobbe, ma non gli fu concesso il silenzio. I tempi chiedevano la sua testimonianza, lui si sentì obbligato a non lesinarla mai.

Provai un’emozione profondissima, pochi mesi fa, allorché, in visita alla ormai mitica libreria City Light Bookstore di San Francisco, fondata dal poeta Lawrence Ferlinghetti, prestigioso rappresentante della cosiddetta beat generation (e non solo), trovai un volumetto antologico dedicato a Pasolini, pubblicato proprio dalla City Light Books, con traduzione inglese dello stesso Ferlinghetti. Fu ristampato in edizione speciale nel 2005 per commemorare il trentesimo anniversario della morte dello scrittore. In molti modi, pensai, la poesia vince il tempo e la distruzione che esso opera su cose e persone.

Quella di Pier Paolo Pasolini fu una fine orrenda, tuttora avvolta nelle tenebre dell’odio e del crimine. Il suo corpo massacrato fu rinvenuto la mattina del 2 novembre 1975, su uno squallido campetto di calcio all’Idroscalo di Ostia. Dell’omicidio fu accusato un “ragazzo di vita,” uno di quelli che Pasolini fece protagonisti dei suoi due romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta. Le ombre non si sono ancora dissipate, forse non saranno mai attraversate da un raggio rivelatorio di luce. La vita e l’opera di Pier Paolo Pasolini, come la vita e l’opera di Percy Bisshe Shelley, furono scomode, senza momenti di remissione. Le loro morti si consumarono l’una nel fragore confuso di una tempesta nel mare Tirreno, tra Livorno e Lerici, al riparo della quale occorse, secondo il resoconto di un amico del poeta inglese, un atto di pirateria omicida; l’altra si compì nell’oscurità senza echi di una povera fredda periferia romana, sfruttata probabilmente da chi ordì l’attacco come trappola per una resa di conti finale.

Ma non ci sarai mai lontano, gentilissimo, indimenticabile, amato Pier Paolo.

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Pier Paolo calciatore

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