Percy Bisshe Shelley

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Percy Bisshe Shelley

shelley

(1792 – 1822)

Il giovanissimo Percy Bisshe Shelley amava le atmosfere create dalla luce della luna e da quella delle candele, si travestiva per interpretare i personaggi soprannaturali che la sua immaginazione evocava ai suoi occhi e a quelli delle sorelle, era affascinato dall’energia del fuoco che sprigionava con ripetuti esperimenti – anche a rischio di provocare pericolose conflagrazioni.

Questa inestinguibile pulsione ad investigare il segreto delle cose, a misurarsi con le forze sorgive della vita, oltre la placida e falsa apparenza del quotidiano, caratterizzò tutta la breve vita del poeta, che costantemente impiegò la sua passione non solo per denunciare le catene delle istituzioni della società, ma per far vivere le virtù e i valori in cui la sua visione filosofica credeva con dedizione totale.

Figlio del tempo in cui si compirono le rivoluzioni di America e di Francia, Shelley fu appassionato difensore di ogni forma di libertà, quella politica che si incarna nel completo diritto di parola, anatema per ogni forma di governo, quella civile, religiosa, e quella privata che coltivò predicando e vivendo con mite fermezza il libero amore, scandalo tra i più imperdonabili non solo nel suo tempo. Si battè per l’indipendenza dell’Irlanda, professò il vegetarianismo per amore delle creature del mondo. Shelley non solo criticò ogni forma di abuso e di tirannìa contro l’individuo, ma difese i suoi ideali conducendo un’esistenza letteralmente “sulla strada”, esule volontario dalla terra che lo vide nascere e lo considerò nemico.

Peregrinò per la Francia la Germania la Svizzera l’Italia, accettò che amore disponesse della sua vita legandolo a donne diverse al di là di ciò che era considerato lecito o illecito, pagò le sue scelte radicali con l’isolamento e il silenzio sulla sua opera, fu espulso dall’università in seguito alla pubblicazione dell’opuscolo “Sulla necessità dell’ateismo” e nessuna opera della sua maturità artistica fu pubblicata lui vivo. Subì misteriosi attentati e sopportò l’ostilità del padre che lo condannò ad un’esistenza precaria (se avesse accettato il mondo che lo circondava, ma che gli pareva ingiusto, Shelley avrebbe ereditato le proprietà della famiglia e, in quanto membro dell’aristocrazia, avrebbe goduto del suo seggio nella Camera dei Lord nel parlamento britannico).

Un curioso episodio rivela la natura di questo genio dal puro sentire: dovendo un giorno registrare la sua presenza in un albergo in Svizzera, invece del nome scrisse, usando i caratteri dell’alfabeto greco, Democratico, Filantropo, Ateo, e diede come sua destinazione L’Enfer.

La solidarietà con Lord Byron, altro genio troppo scomodo per la società inglese, non migliorò la sua considerazione sociale. Si frequentarono sia in Svizzera che in Italia, fonte di pettegolezzi maligni e di sorveglianza da parte dei servizi segreti, ma mentre Byron era il poeta più celebre d’Europa, Shelley rimase sconosciuto e sprezzato. Compose, ciò nonostante, una delle sue poesie più belle e intense, dal titolo Julian and Maddalo, ricreando diversi momenti della loro vita insieme, dalle cavalcate sul Lido alle ore passate in gondola, a seguito di una visita a Venezia dove allora Byron risiedeva.

Costantemente in moto di villa in villa, di regione in regione, trovò il tempo e il modo non solo di comporre la sua poesia, spesso di qualità eccellente, ma anche di tradurre dal greco (il Convito di Platone), dall’italiano di Dante e di Guido Cavalcanti, dal tedesco di Goethe. Accusato sempre più spesso di ateismo dai giornali dell’epoca, rivelò un animo di delicata e fervente religiosità in molte delle sue opere, da Queen Mab, lungo poema con aggiunta di note altrettanto lunghe, scritto tra i venti e ventuno anni, fino ad Adonais, struggente epicedio steso in morte dell’ultimo grande romantico inglese, John Keats.

Tecnicamente ineccepibile, fu in grado di combinare la complessità della terzina dantesca e del sonetto shakespeariano quando compose la celeberrima Ode al vento dell’occidente, Shelley riversò la sua ispirazione in ogni forma, inclusa quella drammatica come rivelano le tragedie sulla disgraziata famiglia romana dei Cenci, e l’altra dedicata a Prometeo Liberato.

Un esempio della sua maestria artistica è sicuramente il sonetto Ozymandias, che ricrea la potente e cupa figura di uno dei più longevi sovrani che la storia ricordi, il faraone Ramses II che regnò sull’Egitto dal 1304 al 1237 prima dell’avvento di Cristo:

I met a traveller from an antique land

Who said: Two vast and trunkless legs of stone

Stand in the desert. Near them, on the sand,

Half sunk, a shattered visage lies, whose frown,

And wrinkled lip, and sneer of cold command,

Tell that its sculptor well those passion read

Which yet survive, stamped on these lifeless things,

The hand that mocked them, and the heart that fed;

And on the pedestal these words appear:

My name is Ozymandias, king of kings:

Look on my works, ye Mighty, and despair!”

Nothing beside remains. Round the decay

On that colossal wreck, boundless and bare

The lone and level sands stretch far away.

Ozymandias

(autografo di “Ozymandias”)

D’una terra antica vidi un viandante

Che disse: Due colonne di sasso

Nel deserto stanno. Poco distante,

In sabbia immerso, fiero, un volto casso

Il cui labbro e il ghigno freddo scostante,

Dicon che ben conobbe lo scultore

Le passioni stampate nel sembiante,

più che la man longeve, più che il cuore;

Tale sentenza sul pedestal si legge:

Ho nome Ozymandias, di duci duce.

Ponete mente, o Forti, e disperate!”

Altro intorno non v’è. Oltre le schegge,

Nello spazio che vita non produce,

Si distendono le dune ondulate.

Shelley annegò poco prima di compiere il suo trentesimo anno, mentre si recava con la propria imbarcazione, l’Ariel, da Livorno a Lerici, a seguito di una tempesta improvvisa. Ombre e sospetti circondarono da subito la sua morte: furono le forze scatenate della natura a recidere il filo della sua vita o intervenne anche un oscuro complotto? Qualche amico, in particolare Edward John Trelawny, scrisse di inspiegabili rinvenimenti : pare che la barca rivelasse uno strano squarcio sul fianco, come di una speronata; un vecchio marinaio ligure, anni dopo sul letto di morte, forse confessò un attacco piratesco all’Ariel. Cosa può attendersi chi senza posa e a voce alta critica e condanna ingiustizie e prevaricazioni e vive secondo codici comportamentali non usuali, lo sperimentò purtroppo, nel nostro tempo, Pier Paolo Pasolini, nella cupa notte tra l’1 e il 2 novembre 1975, allorché trovò lugubre morte all’Idroscalo di Ostia. Il nostro sguardo, in queste occasioni, può spingersi solo fino ad un certo limite; il resto è tenebra. Rimane il dolore.

Il corpo sfigurato di Shelley fu cremato sulla spiaggia di Viareggio, alla presenza di Lord Byron e di pochi altri amici e conoscenti. Il suo cuore rifiutò di bruciare.

Shelley-Funeral  shelley's tomb

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