Giacomo Leopardi, II

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Giacomo Leopardi, II

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(1798 – 1837)

Quando Giacomo Leopardi riuscì sciogliere il duro grumo di dolore che pareva ostacolargli il respiro, stemperandolo nei ritmi soavi dei suoi Canti, accadde qualcosa di straordinario e insieme di eroico: il giovane poeta italiano, il maggiore del suo tempo, per cui l’erudizione vasta e preziosa aveva costituito l’unica travagliosa possibilità di vita, seppe spogliarsi delle severe cadenze dei tomi della biblioteca paterna, si sollevò al di sopra della costruzione intellettuale che gli era costata anni di studio matto e disperatissimo, e lasciò che il suo sguardo di amore fosse riempito della quiete dopo la tempesta, quando la gallina, tornata a razzolare, ripete il suo sgraziato verso; della luna che queta posa sopra i tetti e in mezzo agli orti, e di lontan rivela serena ogni montagna; della pioggia mattutina che dolcemente picchiando sulla finestra lo risveglia. Attento a quelle umili immagini, Giacomo conobbe i momenti di fresca, intensa liricità che noi cerchiamo talvolta di cogliere e assaporare negli echi delle traduzioni dei poeti cinesi e giapponesi dell’epoca classica, o più direttamente in molti versi amati del poeta contemporaneo americano William Carlos Williams.

E’ impossibile ricostruire l’interno moto creativo che guidò il solitario genio di Recanati verso forme nuove e struggenti del bello, ma è plausibile ipotizzare che esso abbia dapprima sorpreso e poi dolcemente cullato il suo animo piagato dalle veglie di cui appena possiamo immaginare l’angosciosa passione, notte dopo notte logorando la sua debole costituzione e disseccando nel germoglio ogni pensiero di felicità. Leopardi non si impaurì del potente soffio di aria campestre che arruffò sconvolse e gettò a terra le sudate carte: ne assaporò l’aroma, colse le note del canto di Silvia, il passo greve del carrettiere, il volo e l’armoniosa voce del passero solitario. Ne annotò i ritmi colmo di gioia nuova, dimentico in quei magici momenti della sua pena. Solo più tardi, ci pare di vederlo, si curò di raccogliere i fogli sparsi dal vento sul pavimento della grande sala che i libri gli rendevano meravigliosa come le vaste selve della California che immaginò nell’ Inno ai Patriarchi, di riordinare quelli rimasti sul tavolino su cui si chinava al fioco lume della candela. La sua ricchissima personalità aveva ora compreso che poteva esprimersi in più modi, così come un corpo bello risplende in abiti diversi. Nei canti dettati dal dolore è la sua insopprimibile gioia, perché l’arte è esperienza trasumanante, ciò che essa tocca diviene felicità che non smuore.

Aria pura si respira anche nella smagliante tersa prosa delle Operette morali, il libro aureo che Giacomo regalò al mondo, in cui l’autore si rivelò tra i maggiori filosofi europei: queste pagine, e tante altre dello Zibaldone, costruiscono un rigoroso, seppure aperto, sistema di pensiero, che tocca i temi fondamentali della esperienza umana svelandone l’intima, sconcertante, natura. Giacomo Leopardi ti conforta proprio mentre ti mostra la caduta di tutte le speranze e parla dell’inquieta, insaziabile, immoderata natura umana, del solido nulla che ci circonda, e ripete che il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi. Ascoltiamone la voce:

Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi. (dal Cantico del gallo silvestre)

In ciò mi pare che consista in parte la differenza ch’è da questo agli altri secoli. In tutti gli altri, come in questo, il grande è stato rarissimo; ma negli altri la mediocrità ha tenuto il campo, in questo la nullità. Onde è tale il romore e la confusione, volendo tutti esser tutto, che non si fa nessuna attenzione ai pochi grandi che pure credo che vi sieno; ai quali, nell’immensa moltitudine de’ concorrenti, non è più possibile aprirsi una via. ( dal Dialogo di Tristano e di un amico)

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Solo personaggi straordinari come il principe Siddhartha, che divenne Il Risvegliato, hanno saputo investigare la natura del piacere, delle illusioni, delle speranze, con occhio altrettanto acuto, negando ogni appoggio esterno, ogni orpello, alla nostra fragile condizione. Scrisse Giorgio Colli, tra i maggiori e più riservati intellettuali italiani del ventesimo secolo, introducendo le Operette morali nella collana da lui curata: “Le verità di Leopardi, d’altro canto, come sono incomode, così sono anche incontestabili. Perché la vita e la natura sono appunto quelle che egli descrive, e nessuno, che possa davvero venir messo alle strette, saprà negarlo. Se è così, a lui è toccato un destino che forse non immaginava, di essere cioè uno dei pochi che costringono gli uomini – nei fondamenti morali della loro esistenza – a scegliere tra la viltà e il coraggio. Chi ha letto le sue opere, con un’indole non del tutto diseredata, e scrollando le spalle ha proseguito il suo cammino, porta dentro di sé la molestia di una viltà morale, che non è di poco conto. Ogni animo bennato, di fronte a queste rivelazioni, è forzato a meditazioni lunghe e decisive, da cui non può emergere se non con la volontà testarda di scoprire altre verità, oltre a quelle leopardiane.”

Taluno intese screditare il pensiero di Giacomo Leopardi, sottolineando che malattie e sofferenze fisiche avrebbero esacerbato e condizionato la sensibilità del genio. E’ l’ultima trafittura che il mondo gli inferse. Ecco come rispose Giacomo stesso nel 1823, con parole in cui lo sdegno e l’indignazione si sono liberati anche del ricordo del torto, divenendo la forza interna che è invincibile e immune dal morso velenoso:

Io faccio obiezione [a quelli che] hanno voluto considerare le mie opinioni filosofiche come il risultato dei miei mali fisici e che si sono ostinati ad attribuire a circostanze materiali particolari quel che è frutto soltanto del mio intelletto. Prima di morire, voglio protestare contro questa invenzione della pochezza mentale e della volgarità, e pregare i miei lettori di impegnarsi a demolire le mie osservazioni e i miei ragionamenti piuttosto che di limitarsi a imputarli alle mie malattie.

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