Don DeLillo, I

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Don DeLillo, I

delillo

(1936, New York City)

Habent sua fata libelli è un detto latino ben conosciuto che significa molto di più di quanto appaia. Per un verso, dice che i libri hanno un destino che sfugge alle previsioni e al controllo di chi li scrive e di chi li stampa e di chi li distribuisce: un iniziale insuccesso non è, per esempio, indice della mancanza di valore di un’opera, che talvolta non parla ai contemporanei soltanto perché il suo linguaggio non piace o non è inteso nell’età che l’ha vista nascere. A questo proposito è istruttivo rimeditare le parole che Arthur Schopenhauer scrisse nella prefazione alla seconda edizione del suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, nel 1844: “Non ai contemporanei (Nicht den Zeitgenossen), non ai connazionali: all’umanità (der Menschheit) consegno la mia opera ormai compiuta, nella sicurezza che non sarà per essa senza valore, quand’anche ciò dovesse, come il destino del bene in ogni forma comporta, essere riconosciuto soltanto tardi. Giacché solo per essa, non per la generazione che passa in fretta, presa nella sua illusione del momento, può essere avvenuto che la mia mente (mein Kopf), quasi contro la mia volontà, abbia atteso ininterrottamente al suo lavoro per una lunga vita.” (tr. it. di Sossio Giametta)

Per altro verso, il detto di cui sopra, mi pare comporti anche un più umile, seppur non meno significativo, riferimento: non più al lungo periodo della storia, ma a quello più limitato della vita di un singolo essere umano. Ci capita di prendere in mano un libro o un autore e di trovarli irrilevanti, o insipidi, o irritanti: insomma, non funziona la comunicazione. Trascorsi alcuni anni quelle medesime pagine, insieme con le tematiche e i motivi di quello scrittore che ora ci impegniamo ad approfondire, ci ispirano e ci nutrono. Non era l’autore, ci accorgiamo, neppure il testo, che provocavano noia e insignificanza, eravamo noi, piuttosto e purtroppo, che non eravamo pronti, che invero non eravamo all’altezza, e facevamo pesare sul testo la nostra torpida intelligenza. Anche in rapporto alla nostra esistenza piccina i libri e gli autori hanno i loro destini, fausti e infausti, imprevedibili sempre.

Mi capitò anni fa di iniziare un romanzo di Don DeLillo, romanziere tra i maggiori della letteratura americana contemporanea; il titolo era White Noise, vincitore del National Book Award for Fiction nel 1985 (Rumore bianco, nel nostro idioma): ricordo che provai un prolungato senso di stento e di stanchezza, di insoddisfazione, finalmente di rifiuto. Pensai, giunto finalmente all’ultima parola di quel volume, che non avrei più considerato l’idea di dedicare un poco del mio tempo ad altra opera del medesimo scrittore. Insomma, non avevo fatto altro che tediare quell’opera.

delillo -white_noise

Come è noto, gli anni volgono i loro ritmi stagionali indifferenti alle nostre emozioni.

Mi ritrovai, una mattina, a parlare di temi che mi stanno a cuore con un collega appassionato e competente. “Underworld,” mi disse, “è un grande romanzo del nostro tempo. Per contenuto e struttura compositiva è, fuori di ogni dubbio, un risultato eccezionale nel campo della narrativa.” “DeLillo?”, sbottai più sorpreso che polemico. “Ho un brutto ricordo, come di prosa fredda e altezzosa, si è persino cancellata dalla mia memoria la trama dell’unico suo libro che ho letto: rammento soltanto, e come sorta da un banco lattiginoso di nebbia, l’immagine-incubo di un bambino che avanza sul suo triciclo tra le auto che sfrecciano in direzione contraria intorno a lui, ignaro del pericolo. E una vibrante frase di due, tre righe, retorico virtuosismo sull’incidente stradale che stroncò la vita di James Dean, trasformando quell’uomo, giovane attore di talento, in una delle icone del nostro tempo. Nient’altro.” Underworld,” mi ripeté, convinto e convincente, “è un grande libro.”

Nel corso del mio ultimo soggiorno in terra americana, decisi di acquistarlo.

Ho recentemente terminato la lettura del grosso volume, che mantiene lo stesso titolo anche in italiano, perché difficilmente la stessa parola potrebbe suggerire, da noi, sia il sottomondo, privato e sociale, che germina e pullula nelle città, sia la complessa rete sotterranea di intrecci e rimandi e coincidenze che sta alla radice nascosta delle nostre vite, e che si rivela solo all’occhio attento e partecipe di chi sa scrutare, appunto, sotto le apparenze; inoltre il titolo accenna, ovviamente, anche alla sfera tenebrosa dell’Ade, dove i morti scendono ma non scompaiono. Il volume conta più di ottocento pagine, e le parole del collega sono state confermate dalla vastità dell’intreccio e dalla sapiente padronanza stilistica che l’autore mette in mostra. Personaggi, eventi, temi, luoghi, piccole storie individuali e sorprendenti avvenimenti storici di portata internazionale si succedono e si svolgono, superficialmente irrelati ma arcanamente connessi l’uno all’altro, in un mosaico che ricrea molta parte dei decenni del ventesimo secolo appena trascorso, dai primi anni cinquanta all’inizio dell’ultima decade. Il vasto affresco che DeLillo compone, mette sotto gli occhi del lettore la New York degli anni cinquanta, dai sobborghi degradati del Bronx alle strade di Manhattan, facendo interagire personaggi fittizi con figure ben note come Frank Sinatra, ineguagliata Voce della canzone popolare statunitense, e John Edgar Hoover, che fu a capo dell’FBI per quasi cinquant’anni; i fermenti culturali e sociali dei fascinosi e contraddittori anni sessanta, con la sorprendente ricreazione dei monologhi sfrenati dell’attore comico Lenny Bruce, sferzante critico sociale e, infine, tragica vittima della droga; i giorni della sgomenta ansia collettiva durante la crisi di Cuba del 1962, e il grande buio che paralizzò la costa orientale degli Stati Uniti il 9 novembre 1965; la ricerca artistica spesso elitaria e vanamente ambiziosa degli anni settanta, ossessionata dalla ricerca, ad ogni costo, del manufatto alternativo e del gesto provocatorio; l’angosciosa tragedia della guerra del Vietnam, che si concluse con la vergognosa ritirata da Saigon il 30 aprile 1975; il benessere inaudito e generalizzato, con perdita o parziale oblio dei valori e degli equilibri tradizionali, degli anni ottanta e oltre.

Un libro magnifico scritto da un maestro americano,” così si espresse Salman Rushdie, lo scrittore indiano, naturalizzato britannico, che divenne tristemente famoso per essere stato vittima della fatwa pronunciata dal mondo islamico contro di lui, a causa del suo romanzo I versi satanici, il 14 febbraio 1989. Nella prossima puntata porterò a termine le mie riflessioni.

Delillo-Libra

(Copertina del romanzo Libra, in cui DeLillo ricostruisce la vita di Lee Harvey Oswald, l’elusivo personaggio coinvolto nel complotto per assassinare il Presidente americano John F. Kennedy.)

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