Jonathan Franzen

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Jonathan Franzen

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(1959)

Ho fatto la conoscenza di questo scrittore (nato a Western Springs, cittadina poco distante da Chicago), nella sua veste di saggista, immediatamente apprezzando l’intensità della sua prosa, la chiarezza e la passione del suo argomentare, qualità tutte che non sempre si trovano riunite con tale armoniosa pregnanza in un autore. In particolare rimasi colpito, tanto da dedicargli subito una seconda lettura, dal suo scritto “Farther Away” (in italiano, “Più lontano ancora”), che dà anche il titolo alla sua seconda raccolta di interventi critici: si tratta di un saggio di media lunghezza che è, al contempo, il resoconto di un viaggio all’isola di Más Afuera, sita nell’Oceano Pacifico a circa cinquecento chilometri dalla costa del Cile, e un’accorata professione di amicizia e di rimpianto per l’amico David Foster Wallace, presenza di genio nella letteratura americana contemporanea, morto ancora molto giovane nel 2008. Franzen, stanco delle pressioni cui l’industria culturale lo sottoponeva da mesi, decise di recarsi nella sperduta isola che ospitò Alexander Selkirk, il marinaio-corsaro scozzese che là visse per più di quattro anni in solitudine e fu l’ispiratore del primo grande romanzo dell’era moderna, Robinson Crusoe di Daniel Defoe. (Anche l’alpinista-esploratore-giornalista italiano Walter Bonatti si recò da quelle parti, nell’isola Más a Tierra, chiamata anche Robinson Crusoe e appartenente all’arcipelago Juan Fernández, nel 1970, per cercare di “capire che cosa il marinaio scozzese può aver fatto per sopravvivere, e quali pensieri abbiano potuto occupare la sua mente.” Il suo bell’articolo è ora raccolto nel volume In terre lontane, edito da Baldini&Castoldi.)

Il soggiorno di Franzen a Más Afuera è un momento di incantata, concentrata solitudine per riflettere, tra l’altro, sul romanzo come forma d’arte e sul suo significato nel nostro tempo; è altresì un’occasione per cercare di osservare un uccello appartato e raro che vive solo nelle alture dell’isola, il rayadito: Franzen ama dedicare parte del suo tempo allo studio degli uccelli nel proprio habitat; è, infine, il compimento del compito affidato allo scrittore dalla vedova di Foster Wallace: spargere una parte delle ceneri di David in quei luoghi lontani da ogni vestigio di civiltà. Il saggio si snoda e cresce lungo questi tre livelli narrativi, con l’abilità e l’amore che permettono all’autore di muoversi senza scarti dall’uno all’altro, e di creare un gioiello che è insieme un canto alla Natura, una celebrazione della Letteratura, un inno all’Amicizia, oltre che un’accorata resa del senso di perdita che strazia la mente e il cuore quando accade che una presenza cara ci sia sottratta improvvisamente. Franzen era a La Cuchara, una cima mozzafiato a tremila piedi sopra il livello del mare, quando cessò la pioggia e la nebbia si sciolse:

Il pomeriggio era avanzato, il vento soffiava verso l’incredibile azzurro dell’oceano, era giunta l’ora. La Cuchara sembrava più sospesa nell’aria che ancorata a terra. Aleggiava un senso di quasi-infinità, il sole sprigionava dai pendii più sfumature di verde e di giallo di quante sospettassi essere contenute nello spettro visibile, un’abbagliante quasi-infinità di colori, il cielo così immenso che non sarei rimasto sorpreso se avessi intravisto il continente all’estremo orizzonte ad oriente. Il vento soffiava alle mie spalle, e cominciai a piangere, perché sapevo che era l’ora e non mi ero preparato; ero riuscito a dimenticare. Scesi al rifugio e presi la scatoletta delle ceneri di David …

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Jonathan Franzen non è solo un acuto interprete e critico del mondo in cui viviamo, molti aspetti del quale ha trattato in altrettanti saggi, dall’invadenza alienante della tecnologia nella vita quotidiana al conformismo opprimente che uccide l’individuo al ruolo che l’arte può avere anche nell’educazione del cittadino. Jonathan Franzen è, forse prima di ogni altra specializzazione, un romanziere di grande talento. Freedom, pubblicato nel 2010 (Libertà, nella traduzione italiana), è uno dei risultati più notevoli della recente narrativa americana: poiché i romanzi americani sono tra i più ricchi ed interessanti e significativi al mondo, non è impresa di poco conto averne scritto uno che non mi pare sia destinato a cadere nell’oblio dopo una fugace ondata di popolarità. Freedom è la storia della famiglia Berglund (di origine svedese, come quella di Franzen), di cui seguiamo i quattro membri nei loro momenti difficili o grotteschi o patetici, nel quotidiano alternarsi di felicità e infelicità che è esperienza particolare e insieme universale, di questo o quel conoscente e di tutti noi: Patty è la moglie-mamma dal passato di promettente atleta, il cui presente si ingarbuglia sempre più; Walter è lo studente sincero e serio e noioso che diviene adulto impegnato e convinto e, infine, splendidamente imprevedibile; Joey è il figlio che vive e soffre l’indipendenza come necessaria e torturante necessità; Jessica è la figlia che oscilla tra padre e madre alla ricerca dell’equilibrio che è equidistante da entrambi. Ma Freedom è molto di più: insieme con gli altri personaggi di primo piano (Richard Katz, musicista alternativo e riparatore di tetti, a proprio agio tra le aure contrastanti dell’amicizia e del tradimento; Lalitha, esotica nel nome e nella personalità, devota assistente di Walter nel suo impegno ecologista), e tante presenze meno invadenti (come Eliza, l’amica eroinomane della giovane Patty, la bomba erotica Jenna, che sconvolge per qualche tempo la vita di Joey, e poi Connie e Carole Monaghan, fino a Linda Hoffbauer), la famiglia Berglund si trova coinvolta, e coinvolge il lettore, in tante trame private e pubbliche di questo mondo: il degrado ecologico, la corruzione politica, l’ingiustizia sociale, ma anche il valore dell’onestà personale, della forza positiva dei sentimenti, dell’impegno a praticare una condotta di vita dignitosa e soddisfacente.

Il titolo del romanzo è significativo in alto grado: il termine “libertà” appare ripetutamente nel corso della narrazione, e credo che non sia forzato estenderne le associazioni fino alla famosa Dichiarazione di indipendenza del 1776, nella quale la libertà (“Liberty”) figura come diritto inalienabile di ogni essere umano insieme con il diritto alla Vita e la ricerca della Felicità. Libertà è un termine-concetto fondamentale nell’esperienza americana: questo romanzo ci dice che essa non si consegue sciogliendosi da impegni e relazioni, ma vivendone tutta la complessa natura in modo consapevole e creativo, anche quando ciò che ci circonda pare paradossale o assurdo o insostenibile. Libertà è anche quiete e solitudine in un mondo che sempre più invita con parole e con esempi a dimenticare queste condizioni: qui l’impegno artistico diviene insegnamento etico, come più volte è stato ricordato negli articoli di questa rubrica. Così si è espresso Jonathan Franzen allorché la rivista Time gli dedicò la copertina ed un lungo articolo nella pubblicazione del 23 agosto 2010:

Siamo così distratti e fagocitati dalla tecnologia che abbiamo creato, e dal costante fuoco di fila della cosiddetta informazione cui siamo esposti, che oggi più che mai immergersi in un libro significativo sembra socialmente utile. Il punto di tranquillità che si deve raggiungere per scrivere, ma anche per leggere seriamente, è il punto in cui si possono prendere decisioni responsabili, in cui ci si può impegnare produttivamente con un mondo altrimenti pauroso e intrattabile.

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