Le epidemie e noi

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri
LE EPIDEMIE E NOI

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L’epidemia, purtroppo aggravata al rango di pandemia, di COVID-19, che da mesi miete vittime nel mondo, oltre ad avere destabilizzato i ritmi e le abitudini della vita sociale, ha drasticamente indebolito le economie di tutti i paesi colpiti, ed ha avuto un impatto profondo non solo sul morale della gente, ma anche sul suo immaginario. E’ diventato più difficile considerare la propria vita come un continuo progresso, senza scosse, di bene in meglio: immagini di dolore e di morte fanno ormai parte del nostro vissuto quotidiano, e il pensiero che anche noi possiamo essere coinvolti, proprio noi, non solo e sempre gli altri, è costantemente presente. Il virus può penetrare nel nostro organismo, così come non ha risparmiato quello di tante vittime a noi note o ignote, – e allora, che fare?
Non è facile, né piacevole, né forse rilevante, provare a rispondere a questo quesito. Per sua natura, il futuro è bene che rimanga vago con il suo serbatoio di bene e di male che ci toccherà in sorte. Noi possiamo, però, cercare di essere preparati. Una buona esercitazione consiste nell’investigare le situazioni che ci fronteggiano, discernere le loro caratteristiche, intenderne la genesi e le modalità di impatto. Nel caso in questione, così urgente e drammatico, un buon aiuto per acquisire un miglior approccio all’inquietante fenomeno, è fornito da un paio di libri che si possono leggere o studiare con profitto.

Plagues and Peoples: Amazon.it: McNeill, William H.: Libri in altre lingue
Il primo si intitola Plagues and Peoples (Pestilenze e popoli), pubblicato dallo storico americano William H. McNeill nel 1976, e riedito con una nuova Prefazione nel 1998. Un fatto che viene immediatamente posto all’attenzione del lettore è che le malattie infettive, misteriose devastanti e inarrestabili, hanno da sempre accompagnato il cammino dell’uomo sulla terra: tubercolosi, morbillo, vaiolo, varicella, pertosse, parotite, influenza sono nomi che non evocano particolari terrori, perché la maggior parte degli adulti ora in attività ha sofferto nel proprio corpo, prima dell’avvento delle vaccinazioni di massa, di una o più di queste patologie. Più tenebrosa si fa l’aria quando si menzionano il tifo, il colera, o la peste bubbonica: allora il drammatico passaggio della posizione dell’uomo da cacciatore a cacciato è traumatizzante. Predatori invisibili sono tutt’intorno a noi, alcuni di essi letali. Il libro segue gli incontri e gli scontri tra l’umanità in sviluppo e le malattie contagiose dall’Eurasia del 500 AC, agli scambi transoceanici dei secoli XVI, XVII e XVIII, all’impatto ecologico della scienza medica dal 1700 ad oggi. Ogni pagina è istruttiva ed appassionante, il lettore può tracciarsi il proprio cammino, privilegiando un certo aspetto piuttosto che un altro, sentendosi più attirato da un particolare periodo storico che gli è rilevante. Un’ osservazione di McNeill su cui vale la pena riflettere, si trova all’inizio del libro: non è assurdo classificare il ruolo ecologico dell’umanità, in rapporto con le altre forme di vita del pianeta, come una malattia. L’uomo ha da subito sconvolto gli equilibri naturali pre-esistenti alla sua comparsa, proprio come la malattia distrugge l’equilibrio naturale all’interno del corpo che invade. Considerata dal punto di vista di altri organismi, l’umanità è simile ad un’infezione epidemica acuta, e le occasionali riduzioni della sua virulenza non hanno però mai permesso l’instaurarsi di una relazione stabile con l’ambiente.

The Great Influenza: The Story of the Deadliest Pandemic in History: Amazon.it: Barry, John M: Libri in altre lingue
L’altro libro, di non secondaria importanza per il tema di questo articolo, è il frutto del lavoro di un altro storico americano, John Barry. Si intitola The Great Influenza, pubblicato nel 2004 e riedito con una nuova Postfazione nel 2009. E’ dedicato alla pandemia più letale della storia umana, quella che esplose nel 1918, e seminò morte anche nell’anno seguente, prima di scomparire nel corso del 1920. Il punto di vista di Barry è quello dello storico dell’epidemia e del suo impatto di distruzione e di morte, ma vuole anche essere quello dello storico della scienza, della scoperta, del pensiero, e di come, nel mezzo della confusione e del panico paralizzanti, “un pugno di uomini ricercò la serenità della contemplazione, la calma che precede non il pensiero, ma l’ azione risoluta.” Nel corso della lettura veniamo in contatto con uomini dediti alla ricerca scientifica, spesso in lotta con ostacoli burocratici oltre che con la virulenza dell’infezione, ma che riuscirono a fronteggiare l’emergenza. Nomi che è cosa buona e giusta ricordare: William Henry Welch, la figura forse più significativa della storia della medicina americana; Simon Flexner, il primo direttore del Rockefeller Institute for Medical Research; Oswald T. Avery, William Park, Anna Wessel Williams, Rufus Cole, Paul A. Lewis, Richard Slope.

The Great Influenza: The Story of the Deadliest Pandemic in History by John M. Barry
La stima più bassa del numero delle vittime della cosiddetta spagnola è di 21 milioni. E’ però plausibile ritenere che quella pandemia causò 50 milioni di morti, o addirittura 100 milioni. Il periodo in cui imperversò il contagio fu di due anni, ma circa due terzi delle morti avvenne nel giro di dieci/undici settimane, dalla metà di settembre agli inizi di dicembre 1918. Non solo: l’influenza causò più vittime in un anno di tutte quelle provocate dalla peste bubbonica (la famigerata Morte Nera) nel corso delle sue varie apparizioni nel XIV secolo in Europa. L’influenza del 1918 fu caratterizzata da una prima ondata, relativamente pericolosa, ed da un secondo attacco, feroce e spietato, perché il virus, adattandosi all’uomo, acquisì una forza di distruzione inarrestabile e concentrata, tale da trasformare, addirittura, il sistema immunitario dell’organismo in una macchina letale per l’organismo stesso. E’ stato registrato che, nella sola giornata del 10 ottobre 1918, l’epidemia uccise 759 persone a Filadelfia, città il cui tasso di decessi, prima dell’esplosione del contagio, era di 485 morti la settimana, tenendo conto di ogni causa, dalle malattie agli incidenti ai suicidi agli omicidi. Molti colpiti spiravano senza neppure la possibilità di avere visto un medico. Tra i paesi che soffersero maggiormente fu l’Italia, che perse circa l’1 per cento della sua popolazione, numero a cui va aggiunto, non si dimentichi, quello delle vittime causate dalla Grande Guerra.

Poiché l’influenza ebbe la sua origine nella Contea di Haskell, nel Kansas, e fu portata in Europa dai soldati americani trasportati in Francia per prendere parte alla Grande Guerra, è lecito domandarsi perché le fu dato il nome di “spagnola”. Il libro di Berry dà la risposta. Dopo l’intervento americano nella Prima Guerra Mondiale, il controllo della censura sugli organi di informazione divenne rigoroso, addirittura tirannico, per ordine dello stesso presidente Woodrow Wilson. Nessuna notizia che potesse avvilire il morale del popolo americano poteva essere pubblicata. Un’epidemia non favorisce di certo ottimismo e fiducia in se stessi: quindi silenzio stampa. Poiché la Spagna rimase neutrale al conflitto, l’epidemia divenne nota come “influenza spagnola,” dato che i giornali della penisola iberica furono i primi a fare circolare resoconti allarmati e veritieri sulla diffusione del contagio.

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