Charles Baudelaire

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Charles Baudelaire

baudelaire

(1821 – 1867)

Il poeta americano Thomas Stearns Eliot riconosceva al poeta francese Charles Baudelaire il merito di avere, lui per primo, riscattato alla sfera dell’arte ciò che fino ad allora era stato considerato proibito, impossibile, sterile; anzi, Eliot aggiungeva che “compito del poeta era di ricavare poesia dalle risorse inesplorate di ciò che è impoetico.”

L’osservazione critica di Eliot ci permette di approfittare di un punto di osservazione privilegiato e poco frequentato per riconsiderare Les fleurs du mal, la raccolta poetica capolavoro di Baudelaire.

Pur essendo di per sé rivelatorio, il titolo funziona a più livelli: suggerisce che persino nello squallore delle suburre più disperate l’artista può cogliere la bellezza; conferma che anche il  morbo, come la muffa, ha i suoi fiori; dice senza inorridire che il male è la condizione dell’uomo, i suoi fiori sono ciò di cui è disseminato il pianeta.

La poesia che introduce all’opera, parla al lettore d’ignoranza e di peccato, di errore e di rimorsi, in cui si avvoltolano i mortali come i mendicanti nelle loro zecche. In Hamlet, di William Shakespeare, Marcellus avverte che c’è qualcosa di marcio nel regno di Danimarca, duro contrasto con l’aria salutare a cui la corte era abituata al tempo del re defunto, il padre dell’eroe della tragedia. La voce di Baudelaire risuona come da antri popolati di selvagge, mostruose presenze:

Mais parmi les chacals, les panthères, les lices

Les singes, les scorpions, les vautours, les serpents,

Les monstres glapissants, hurlants, grognssants, rampants,

Dans la menagerie infâme de nos vices,

 

Ma tra gli sciacalli, le pantere, le lonze,

Le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti,

i mostri che guaiscono, che urlano, che ringhiano, che strisciano

Nel serraglio infame di nostri vizi,

la morte penetra ad ogni respiro più profondamente nei corpi, lo spirito preda della noia si rifugia nell’ultima falsità, diviene ipocrita.

Il poeta, che sa intendere il  linguaggio dei fiori e delle cose mute della natura, coglie e respira le corrispondenze arcane, sa di essere come un albatro nel cerchio dei marinai sul ponte della nave: maestoso e puro quando si culla ad ali spiegate tra le correnti del cielo, diviene oggetto di scherno a terra tra la gente ordinaria che lo irride, i suoi doni superiori trasformati in strumenti di tortura. Pure, Baudelaire fa di ciò che lo circonda materia di canto, fedele alla propria vocazione di artista.

Le immagini che smuovono la sua fantasia parlano di muse inferme, di muse venali, di zingare, di carogne,  e vampiri, veleni, cieli bassi e grevi, brezze malate, ossessioni. Tra i culmini della raccolta si ricordano i quattro componimenti dedicati allo SPLEEN, il morbo mortale dell’uomo che intacca anche la natura. Non è nuova la piaga, conosciuta da Tommaso d’Aquino con il nome di acedia. Il dottore angelico ne tratta nella Summa Theologiae, II, 2, q. 35, a.1: “acedia, secundum Damascenum, est quaedam tristitia aggravans, quae scilicet ita deprimit animum hominis ut nihil ei agere liceat; … et a quibusdam dicitur quod acedia est torpor mentis bona negligentis inchoare.”      [l’accidia, secondo Damasceno, è un genere più penoso di tristezza, che a tal punto opprime l’animo umano che impedisce l’azione; … taluni dicono che l’accidia è un torpore della mente che la rende incapace di operare il bene.]

La acedia diviene la melanconia del trattato di Robert Burton nel XVII secolo in Inghilterra, e fu oggetto della famosa incisione di Albrecht Dürer del 1514. Ma se in questi esempi si scorge ancora un fremito dell’intelletto per quanto incatenato, segno di possibile riscossa, lo spleen di Baudelaire è il mostro che ha infiacchito ogni slancio: la speranza, vinta, piange e l’Angoscia atroce, dispotica, pianta sul cranio reclino il suo nero stendardo.

melancholia

(Albrecht Dürer, Melancholia I, 1513-1514)

Ma dal nadir della condizione umana la parola di Baudelaire estrae arte. La sua scelta di un materiale refrattario al canto trasfigura l’orrore, bagnandolo di una luce pura e splendente che ad esso non appartiene. La volontà artistica sa operare miracoli, il lamento diviene canto.

Si capiscono ora meglio le parole di Eliot, anch’egli impegnato, intorno agli anni Venti del XX secolo, a dare forma alla desolazione spirituale dell’individuo e del suo mondo, appena dopo lal conclusione della tragedia della Prima Guerra Mondiale. Baudelaire gli aveva insegnato che non è il contenuto che il poeta si trova a dovere affrontare a costituire la sua forza morale, ma la convinta vocazione artistica che sa intenderne i ritmi e, quindi, cantarli.

budelaire fleurs

(Pagine da Les Fleurs du Mal , con annotazioni e correzioni dell’autore)

Tra i più commoventi tributi dedicati a Charles Baudelaire è una poesia del poeta americano Delmore Schwartz, genio precoce nato a Brooklyn nel 1913 e morto in solitudine, vittima di una immedicabile crisi mentale, in uno squallido albergo di New York, nel 1966. Fu amico del romanziere Saul Bellow, Premio Nobel per la Letteratura nel 1976, e maestro di Lou Reed, artista di primo piano della scena rock internazionale. Nella poesia intitolata Baudelaire, Schwartz ricrea l’atmosfera travagliata, interiore ed esteriore, del mondo del poeta francese, le angosce le ossessioni il bisogno costante di denaro. Ne cito alcune strofe:

When I fall asleep, and even during                      Quando mi addormento, e persino

   sleep,                                                                             nel sonno,

I hear, quite distinctly, voices speaking               Odo distintamente voci che dicono

Whole phrases, commonplace and trivial,          Intere frasi, trite e banali,

 Having no relation to my                                      Che non hanno rapporto con ciò

       affairs.                                                                      che faccio.

…                                                                                                 …

I am sick of this life of furnished                              Sono stanco di questa vita di

     rooms.                                                                            stanze ammobiliate.

I am sick of having colds and                                  Sono stanco di avere raffreddori

       headaches:                                                                mal di capo:

You know my strange life. Every day                      Sai della mia strana vita. Ogni

            brings                                                                       giorno porta

Its quota of wrath. You little know                          La sua quota di rabbia. Tu sai poco

A poet’s life, dear Mother: I must write                  Della vita d’un poeta, cara Mamma:

        poems,                                                                         devo scrivere poesie,

The most fatiguing of                                                 La più debilitante delle

       occupations.                                                              occupazioni.

…                                                                                               …

Although it costs you countless agony,                 Seppur ti costi immane dolore,

Although you cannot believe it                                Seppur tu non creda che sia

      necessary,                                                                    necessario,

And doubt that the sum is                                            E tu sia in dubbio che la somma

       accurate,                                                                      sia corretta,

Please send me money enough for at least           Per favore inviami denaro per almeno

       three weeks.                                                                  tre settimane.

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