Carlos Castaneda, II

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

Carlos Castaneda, II

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(1925? – 1998)

Incontro dopo incontro, nelle vaste pianure dell’Arizona o tra le aspre montagne del Messico, don Juan illustrò a Carlos il sentiero del guerriero, caratterizzato dalla presenza costante dell’impeccabilità e dell’intento incrollabile nella condotta della propria vita. Don Juan spiegò che ogni essere umano può comprendere che l’infinito si rivela non appena siamo in grado di liberarci dai parametri della percezione ordinaria. Uno sciamano, infatti, non vede un uomo come d’ordinario è percepito: per l’uomo di conoscenza ognuno di noi si presenta come una sfera luminosa provvista, in alto a sinistra, di un più brillante punto di assemblaggio (punto de encaje) che trasforma l’energia che scorre nell’universo nei dati sensoriali della percezione individuale. Essere consapevoli del fluire dell’energia permette di espandere i limiti della percezione, abbandonando l’identificazione con la propria ingombrante “storia personale,” soggetta alla continua tirannia dell’ “io”, che distorce le proporzioni convincendo ogni creatura che lui o lei è l’unico centro del mondo. Anche il grande poeta e visionario romantico William Blake aveva sostenuto che se le porte della percezione fossero ripulite, tutte le cose apparirebbero come di fatto sono, infinite. Con una splendida espressione, don Juan si definì, durante una delle tante conversazioni con il discepolo, come navigatore dell’infinito (navegante del Infinito), il cui compito era di spezzare i parametri della percezione storica e quotidiana, per iniziare a sperimentare l’ignoto.

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Aprirsi all’ignoto significa affrontare le proprie più intime e tenaci paure invece di soccombere alla loro presa, e su questo sentiero Carlos Castaneda si trovò spinto, suo malgrado, quando gli insegnamenti di don Juan cominciarono ad influenzare la sua vita in maniera imprevista e radicale, sia nelle ore della veglia che nelle ore del sonno. Per trenta anni Carlos cercò di comprendere e di sistematizzare ciò che quell’insolito vecchio incontrato in una stazione di una città di frontiera gli aveva rivelato. Nacquero, uno dopo l’altro, gli affascinanti libri che divennero opere di culto per una intera generazione: A scuola dallo stregone, Una realtà separata, Viaggio a Ixtlán, L’isola del Tonal, Il secondo anello del potere, Il dono dell’aquila, Il fuoco da dentro, Il potere del silenzio. L’autore divenne una figura elusiva ed enigmatica, evitando ogni apparizione in pubblico. Solo nel 1997, un anno prima di uscire da questo mondo, acconsentì a rispondere alle domande che Daniel Trujillo Rivas gli pose per conto della rivista Uno Mismo, che pubblicò l’intervista nella quale Castaneda esplicitò alcuni dei punti che sono esposti in questo articolo. In essa, tra l’altro, precisava che, invero, egli non si riteneva uno sciamano. Ma neppure il ritiro dalla scena pubblica difese Castaneda dall’accusa, o dal sospetto, di ciarlataneria od impostura: peraltro l’associazione nata dalla sua esperienza, con relativo smercio di prodotti specifici, retta ora dalle donne che dicono essere state anch’esse discepole di don Juan, conosciuto sotto altri pseudonimi, non ha dissolto dubbi e diffidenze.

Senza giocare il ruolo ingenuo di chi beve tutto perché beve grosso, credo che non sia irrilevante lasciare aperta la porta della propria disponibilità ad accettare che la spiegazione razionale-scientifica delle cose, a cui siamo abituati perché all’interno delle sue coordinate siamo cresciuti, non è l’unica e non è perfetta. A Carlos Castaneda è sicuramente capitato di entrare in contatto con un altro livello di realtà, in virtù dell’incontro con una personalità straordinaria, ed è bene non dimenticare che il mondo è più ricco di quanto ci appare. Nei momenti in cui dobbiamo confrontarci con gli aspetti più insondabili e, comunque, inevitabili, della nostra esperienza (donde veniamo, dove andiamo, perché siamo) la scienza si rivela insufficiente: l’evidenza ci dice che sotto o sopra o dietro le apparenze altre modalità di essere sono in gioco, e non si lasciano catturare da formule e da diagrammi. Carlos Castaneda ha raccontato ciò che ha vissuto, che ha sperimentato o ha creduto di sperimentare: tecniche inaudite di conoscenza e di pratica che hanno avuto uno stupefacente impatto sulla sua coscienza. Lasciamo che le sue parole scuotano anche la nostra.

Un uomo va verso la conoscenza come va alla guerra: ad occhi aperti, con timore, con rispetto, con fiducia assoluta. Andare alla conoscenza o alla guerra in altro modo è un errore, e chiunque lo commette potrebbe non vivere per rimpiangerlo.

Un guerriero vive agendo, non pensando di agire, non pensando a ciò che penserà quando avrà finito di agire.

L’intento non è un pensiero, o un oggetto, o un desiderio. L’intento è ciò che permette ad un uomo di riuscire quando il suo pensiero gli dice che non ce la farà. Esso opera nonostante la condiscendenza del guerriero. L’intento è ciò che lo rende invulnerabile. L’intento è ciò che spinge uno sciamano oltre un muro, oltre lo spazio, verso l’infinito.

L’arte del guerriero è di bilanciare il terrore di essere uomo con la meraviglia di essere uomo.

Quando un guerriero impara a fermare il monologo interiore, tutto diventa possibile; i progetti più inverosimili diventano realizzabili.

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(Carlos Castaneda, l’enigma di uno stregone)

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