James Joyce, III

Ugo Gervasoni – Le voci dei maestri

James Joyce, III

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(due opere minori)

La riproduzione anastatica, in visione qui sopra nel suo paragrafo iniziale, del taccuino intitolato Giacomo Joyce, (di cui si è fatto breve cenno in un precedente articolo sullo scrittore irlandese) fa provare al lettore un senso di raccoglimento, di concentrazione, di reverenziale silenzio interiore come possono suggerirlo talvolta le navate di alcune chiese romaniche, quando ci si aggira per gli ampi spazi che paiono aperti più che chiusi dalla pietra: sul biancore immacolato e freddo della pagina si dispongono i paragrafi, spesso tanto magri da comunicare, quasi, la sofferenza che l’artista, come l’asceta, conosce prima del compimento del suo desiderio di perfezione; la scrittura filiforme ci parla di un lungo processo di decantazione, a cui lo scrittore è giunto affinando e sempre più affinando la sua sensibilità. Non è questa un’opera per intelligenze distratte e animi intorpiditi. Leggiamo le prime parole:

Who? A pale face surrounded by heavy odorous furs. Her movements are shy and nervous. She uses quizzing-glasses.

Yes: a brief syllable. A brief laugh. A brief beat of the eyelids.

Chi? Volto pallido incorniciato di pellicce intensamente profumate. I movimenti di lei sono timidi e nervosi. Maneggia un monocolo.

: breve sillaba. Breve riso. Breve battito di ciglia.

La voce narrante risuona in una tonalità di lirico sussurro, quasi di trepida confessione, talora scegliendo come proprio scudo protettivo il riferimento oscuro, noto e caro a lei sola, per non svilire un frammento di preziosa vita affettiva nei segni sciatti della lingua della tribù, per ricreare l’incanto di una delicata essenza conservandone la verginale purezza. Nato, forse, a seguito di una domanda che Italo Svevo pose a James Joyce nel corso di una lettera del 26 giugno 1914 (“Quando scriverete un’opera italiana sulla nostra città? Perché no?”), Giacomo Joyce è l’unica prova narrativa del Mago di Dublino che non sia ambientata nella capitale irlandese. In essa Joyce riesce a rivestire di seduzione verbale la malia amorosa che lo sopraffece per qualche tempo a contatto con una sua giovane allieva di Trieste, che a lui si era rivolta per avere lezioni di lingua inglese. Prendono vita talvolta relazioni di tale intensità e di così fragile tessitura, che sembrano inavvicinabili per la parola: nascono e si muovono nell’aria rarefatta della loro muta danza, tutte risolvendosi nel momento affettivo, struggenti profonde dolci tormentose segrete. Soltanto una squisita magia verbale sa incarnarle in una lingua che non le tradisce, ed è ciò che accade in Giacomo Joyce. Gli sguardi, gli istanti, i gesti che d’un subito fanno tremare il cuore e accelerano la corsa del sangue, trovano in questa breve prova d’artista l’eco verbale che li rende individuali e universali allo stesso tempo, cioè eterni:

Whirling wreaths of grey vapour upon the heath. Her face, how grey and grave! Dank matted hair. Her lips press softly, her sighing breath comes through. Kissed.

Piroettanti volute di livido vapore sulla brughiera. Il volto di lei, quanto livido e grave! Chioma umida scarmigliata. Dolci premono le sue labbra, sussurrando esala il suo respiro. Sapore di un bacio.

Scorrere l’elenco delle allieve che Joyce ebbe a Trieste per identificare la graziosa giovine di questo testo, non solo è di cattivo gusto, fa anche smarrire la direzione e il senso. Giacomo Joyce è la riapparizione del virginale desiderio che sconvolse Nausicaa, l’avvenente figlia del re dei Feaci, nel momento in cui scorse Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno, esperto di uomini e di città, e conobbe, per tramite di Minerva, gli acuminati strali d’Amore. E’ il sogno di tante fanciulle in fiore che si risvegliano al battito della propria femminilità quando la vista di un uomo di animo nobile e di virile equilibrio penetra attraverso gli occhi nel loro cuore.

Pomes Penyeach apparve per i tipi della Shakespeare and Company il 7 luglio 1927 – un volumetto dalla copertina verde pallido, come il colore delle mele preferite da Joyce, le Calville. Le poesie non erano piaciute a Ezra Pound, che dapprima ritornò il manoscritto senza commenti, poi, alla domanda di Joyce se quelle liriche meritassero la stampa, rispose senz’altro di no. Furono recensite dal Daily Herald, poi caddero nell’oblio. L’autore battezzò la sua nuova raccolta libricciatoluccio. La magra operetta è unitaria nel blocco dei componimenti composti a Trieste, che presentano affinità di temi e di emozioni e di stile con alcune sezioni di Giacomo Joyce: traspare un padre attento e partecipe, un amante appassionato e tormentato e trepido, un osservatore curioso della città e della sua gente e di se stesso in mezzo a loro. Splendono alcune gemme come il componimento sulla rosa che una giovane donna donò alla figlia dello scrittore: l’evento è presente anche in Giacomo Joyce, fulgido come un’epifania. E’ bello porgere ad entrambi l’orecchio:

A flower given by her to my daughter. Frail gift, frail giver, frail blue-veined child.

Un fiore da lei donato alla mia bambina. Fragile dono, fragile donatrice, fragile bimba glaucovenata.

* * *

Frail the white rose and frail are       Frale la bianca rosa e in uno frali

Her hands that gave                             Le mani in dono protese

Whose soul is sere and paler               Poi che consunta è l’alma e più fioca

Than time’s wan wave.                         Che la stanca risacca del tempo.

*

Rosefrail and fair – yet frailest         Rosafrale e bella – ma ancor più frale

A wonder wild                                      L’urgente tua meraviglia

In gentle eyes thou veilest,                Che gli occhi cortesi copre d’un velo,

My blueveined child.                          Bimba mia glaucovenata.

 

La perizia verbale di Joyce crea musica anche riprendendo stilemi compositivi della più arcaica e numinosa tradizione, quali quelli frequenti e memorabili in Omero: neologismi come tanúsphüros kóre (fanciulla dalle caviglia sottili) si ripresentano nei versi di Joyce come blueveined child (bimba glaucovenata), fineboned shoulder (ossofragile spalla), slimesivered stone (pietra melmargentata), voiward (vuotorutilante). Sono passionali fino al limite della confessione delle proprie ambasce fisiche e mentali le poesie composte a Zurigo. Fantasmagorica e densa di oscure brame sensuali l’ultima poesia, in ordine cronologico, composta a Parigi: vi echeggia una eco di un paragrafo di Giacomo Joyce.

Il titolo della raccolta è apparentemente modesto per un autore che modesto non era. Ma l’umiltà evapora nel gioco virtuosistico di assonanze e allitterazioni e invenzioni e bisticci linguistici. D’improvviso è come se fossimo arrestati da una voce che pare offrire Pomiunsoldo! tra le bancarelle di un mercato, e rimaniamo incerti se sono pomi in vendita, o poemi, e così torniamo sui nostri passi e rinveniamo il volumetto, ne sfogliamo le poche pagine, avvertiamo il fascino di alcune liriche, troviamo gli spiccioli per il modico acquisto, proseguiamo la via forse più lentamente, recitando a mezza voce qualche verso.

Pomes_Penyeach

(Pagina iniziale di Pomes Penyeach illustrata da Lucia Joyce.)

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1 risposta a James Joyce, III

  1. Williamopew scrive:

    Thanks a lot for the post.Really thank you! Fantastic. Gagliardo

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